| N. 2 Anno VII - Marzo/Aprile 2002 | Indice giornale |
La Posta |
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Le lettere anonime. |
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Nel numero 6 dell'IDEA (Novembre/Dicembre 2001) la Redazione ha dato una risposta all'ulteriore lettera anonima ricevuta e, prendendo spunto da questo fatto, vorrei cercare di aprire un dialogo con l'autore o gli autori delle lettere anonime. Nello scrivere sono fortemente imbarazzato, poiché quest'ultima lettera è stata inviata anche al sottoscritto, il quale puntualmente l'ha fatta presente all'Assessore Lelli, in quanto le tematiche proposte orbitano nella sua competenza. L'imbarazzo é in relazione al fatto che non comprendo perché l'anonimo abbia scelto me quale oggetto di questa missiva e non un Assessore o il Sindaco.
Il tutto si può liquidare molto rapidamente, come farebbero alcuni autorevoli interlocutori pianoresi, paventando il categorico concetto che chi scrive lettere anonime è un "fellone", un "vigliacco", non degno di essere oggetto di alcuna considerazione né morale né politica. Molto e di più si potrebbe scrivere nell'ambito di quella morale che non accetta metodi così barbari, al di fuori della concezione democratica di una società e, di conseguenza, la non accettazione tra noi di chi non ha il coraggio di esprimere le proprie idee e di assumere le proprie responsabilità. Facile! Ma il punto è proprio questo! Coloro che adottano certi metodi per evidenziare un malessere sociale, debbono essere ignorati oppure è necessaria una riflessione profonda su questi tipi di comportamento? Se i nostri cittadini devono ricorrere a lettere anonime per fare presente i propri problemi o per esprimere le proprie opinioni, occorre verificare dove la politica, ma forse più spregiudicatamente, dove il governo locale ha omesso di essere interprete dei bisogni individuali del cittadino e dove non c'è stata sufficiente trasparenza. Io posso dare solo una mia interpretazione. In tempi di eguaglianza forzata, di globalizzazione, di omologazione generalizzata, di mancanza di pluralismo, l'individuo è o si sente naturalmente isolato.
In questo stato mentale lo si può facilmente separare dagli altri e, inavvertitamente, calpestare. Se egli non è parte di una lobby, se non ha amici dai quali possa pretendere soccorso né una classe politica sulle cui simpatie possa contare con sicurezza, questo cittadino si sente oppresso dal sistema ed ha un solo modo di difendersi: scrivere lettere anonime. Così la libertà di scrivere diventa, per lui, un bene prezioso. Dove il rimedio? Dove la cura? Nella Repubblica di Venezia del XIII°e XIV° secolo, i Dogi, per la sicurezza dello stato, crearono la Bocca di Leone, una casetta postale per le denunce anonime e segrete contro chi non pagava le tasse, contro coloro che vendevano i segreti degli artigiani, contro coloro che trafugavano reliquie. Il consiglio dei Dieci esaminava la denuncia e, se era vera, premiava il cittadino che aveva scritto la denuncia anonima e, in quel caso, l'autore si svelava al solo Consiglio.
Metodi arcaici? Può essere! In una democrazia compiuta la giustizia e la libertà di stampa ne sono i suoi capisaldi e non saranno alcune lettere anonime a renderla incompiuta.
Nell'esortare chi scrive lettere anonime a telefonarmi per fare presente altre inadempienze riscontrate, mi chiedo se il rimprovero contenuto nella lettera " tutti dovrebbero fare il proprio dovere e non tergiversare" mi sia da addebitare. Se questa è la convinzione di chi scrive, ho sicuramente mancato al mio mandato; in ogni caso, per ulteriore informazione all'anonimo o anonimi, io risiedo da trent'anni in Via Dello Sport 9 e non 19 e il mio numero di telefono è 051777481.
Romano Colombazzi