N. 2 Anno VII - Marzo/Aprile 2002 Indice giornale

Cultura

Guerre d'estate

Acqua passata

  Giancarlo Fabbri

All'arrivo dell'estate, come ogni anno, riprende una guerra dimenticata che da millenni si trascina fino ad oggi, giugno 1950. Gli agricoltori preparano le loro armi e confezionano cartucce cal. 12, o 24, con sale grosso, in sostituzione dei pallini di piombo. Si rinforzano le difese ai confini, reti metalliche orlate di filo spinato, staccionate e siepi irte di spini. Questa è una guerra per bande. Gruppi di incursori colpiscono per poi svanire fra la vegetazione della campagna circostante, a volte trascinandosi appresso i compagni feriti. È la guerra della frutta.

I ragazzi, infatti, d'estate organizzano spedizioni, per razzie di frutti, nei poderi delle vicinanze. Salgono sugli alberi, raccolgono pere, mele, pesche, albicocche, prugne, rusticani, ciliegie; praticamente tutto ciò che è mangiabile. Si riempiono la camicia, o la maglietta, gonfiandola come un pallone. A volte capita che il peso dei ragazzi spezzi qualche ramo e che qualcuno rovini a terra. La "balla del Pero" è una di queste squadre d'assalto. I membri non saccheggiano per un ideale politico, o per la Patria, ma per mettere sotto i denti delle vitamine ad integrare un'alimentazione scarsa. I nomi di questi guerriglieri, senz'armi, sono quelli di tanti ragazzi del '40.

Uno di questi è Franco, ferito sul fronte del Paleotto mentre raccoglie, insieme ai compagni, delle pesche; colpito da una fucilata, con carica a sale grosso, nella schiena. Lì per lì, non sente il colpo, avverte come una spinta che lo fa cadere dal ramo. Dolorante si rialza, con l'eco dello sparo nelle orecchie, corre adesso a più non posso, seguito dal resto del gruppo, verso il canneto prospiciente la "Ca' Nova". Questo canneto ha nel suo interno una serie di sentieri e di stanze invisibili dall'esterno. Si ha modo, in quel labirinto, di far perdere le proprie tracce. Mentre fugge sente il dolore delle ferite, poi il bruciore dei cinque o sei grani di sale che si sciolgono nel sangue. Vinto dal bruciore, più che dal dolore, devia dal percorso prefissato e si dirige verso il Savena che scorre lì vicino. Sempre correndo attraversa il greto sassoso e si getta nell'acqua per lenire il bruciore. Il rimedio si rivela peggiore del male, l'acqua accelerando lo scioglimento del sale aumenta la sua azione. Se prima, Franco, resisteva stoicamente al dolore, ora li lascia andare a grida e lamenti. I membri della squadra lo raccolgono grondante d'acqua e imbrattato di sangue; lo portano in casa di un compagno che ha i genitori assenti. Strizzano le ferite dai bordi irregolari, per fare uscire il sale rimasto, e lo medicano alla meglio. La camicia sporca di sangue viene accuratamente lavata e messa al sole ad asciugare con gli altri panni. I fori provocati dal sale nella stoffa non si notano subito. Cosi Franco, appena che i suoi abiti sono asciutti può rientrare a casa, facendo finta di nulla, evitando così di prendere un fracco di botte.

Un altro "terrorista", noto per le sue gesta, è "Veleno", ferito in azione sul Monte Calvo. Caduto da un albero si rompe un braccio, prontamente soccorso dai compagni viene condotto fino alla più vicina strada asfaltata. La compagnia si dirige verso la Nazionale della Futa; durante il tragitto i guerriglieri riescono a fermare una vettura e a convincere l'autista a portare il ferito al Rizzoli. La sera rientra in paese a piedi da San Ruffillo, capolinea del tram, con un gesso immacolato che subito gli amici decorano con firme, motti e disegni. Gli assalti però proseguono con disperazione dei coloni della zona. Ma, con loro sollievo, non tutte le missioni si concludevano con del bottino.

Una sera la "balla" si riunisce nel Cral del Pero. Appena fa buio parte per una rischiosa missione di raccolta. L'obiettivo è una fila di ciliegi nel podere "Cà d'Locca". Il plotone risale il greto del torrente. Giunto presso la chiesa, di Rastignano, lo guada in silenzio procedendo in fila indiana. Marciano rasenti l'argine. Giunti allo sbocco di un fosso lo risalgono sino ai tubi di cemento che guidano il fosso stesso sotto la carraia. Carponi, uno dopo l'altro, senza fare rumore s'infilano nei tubi e sbucano al di là della strada, proprio accanto ai ciliegi. Qui sono in territorio nemico, strisciano sul terreno per eludere i difensori ma, giunti al momento di salire sui tronchi, uno di loro dà l'allarme. Vicino a loro si sentono dei fruscii sospetti, mormorii. Temendo un agguato i nostri impavidi eroi compiono una ritirata strategica. Ognuno per sé, Dio per tutti, gambe in spalla, più veloci del vento.

Arrivando alla spicciolata si ritrovano alla base di partenza, respirando con affanno, la milza dolorante, sudati e con qualche strappo nei vestiti lisi. Quasi contemporaneamente a loro arrivano dei giovani, di un'altra squadra, nelle loro medesime condizioni. Commentando a voce alta le fasi di questa battuta a vuoto i giovani vengono a sapere che tutti e due i gruppi, provenienti da direzioni opposte, erano dirette al medesimo obiettivo e per il medesimo scopo. Lì giunte, le due combriccole, si erano spaventate a vicenda. 

Le due compagnie solidarizzano e annegano il dispiacere per l'insuccesso delle loro imprese con una bevuta a base di spuma, coca cola e aranciata, fra risa e canti. Quella notte le ciliegie restarono sui rami, ma non per molto tempo. La notte successiva una parte di esse sparì.

La guerriglia campestre continua per qualche anno. La "balla del Pero" si discioglie per raggiunti limiti di età. Non so se questa guerra per bande continua o se è cessata. Le gesta dei giovani terroristi, in questa lunga guerra dimenticata, non finiscono quasi mai sulle pagine dei giornali.

 


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