N. 3 - Anno VII - Maggio/Giugno 2002 Indice giornale

Cultura

I mestieri dimenticati

 
Romano Colombazzi

Si è vero! Come esistono i "frutti dimenticati", così esistono i "mestieri dimenticati". Inizia con questo articolo una ricerca dedicata ai "vecchi mestieri o dimenticati" del nostro Comune che, sia per l'evoluzione tecnologica sia per le mutate condizioni sociali ed economiche, si sono persi nella notte dei tempi. Un anno fa, per l'esattezza il 24 Marzo 2001, su invito del caro amico Celso Calesini, sono andato a fare quattro chiacchiere nella bottega di Cuzzani a Botteghino di Zena o San Salvatore di Casola come dir si voglia. Con Luciano Cuzzani, classe 1928, rinomato fabbro e Romano Dorelli, classe 1926, l'ultimo dei birocciai (in dialetto conduttore di "broza" -carro con ruote in gomma) abbiamo iniziato una "veglia dei ricordi". La bottega di Cuzzani si può definire " un vecchio angolo di un mestiere antico" con i suoi arnesi arcaici, l'odore del ferro bruciato, la fuligine e le ragnatele nere alle pareti e nel soffitto. Il mestiere, ad entrambi, è rimasto nel cuore e oggi lo raccontano come un romanzo d'appendice. Da questo incontro ho iniziato una ricerca più ampia sui mestieri "dimenticati" o di altri tempi. Anche il grande Luigi Fantini, nel libro "Case e Torri dell'Appennino", ci ricorda alcuni antichi mestieri, già scomparsi, come i "canapini" (detti anche gargiolari), i cardatori di lana, gli stagnini, gli arrotini, i concialaveggi (in dialetto bolognese conzalavézz), i fabbricatori di grossolane spazzole(in dialetto busmarol).

Tra le tante curiosità di questa ricerca il Fantini cita il Borgo di Pian di Macina dove abili artigiani confezionavano le <brusche> con le radici robustissime di una graminacea, conosciuta con il nome di bòsma (da cui il termine busmarol), che cresce lungo le sponde del Savena, dette <berlede> (barlaiad); queste spazzole bròsch o bruschétt, venivanousate dalle donne per il bucato nonché dai bifolchi e dagli stallieri per curare la pulizia delle bestie. Il conzalavézz era colui che riparava i recipienti di terracotta, vasi ed <olle> molto in uso un tempo per lavarvi i panni, conservarvi olio e vino, piantarvi essenze aromatiche e fiori. E cita anche Cà di Mazza, vicino a Brento, dove i rinomati fabbri Negroni producevano armi da fuoco, veri e propri capolavori di bulino e cesello, celebri in tutta l'Italia. Ancora oggi questi oggetti da guerra sono esposti nei musei di tutto il mondo. Cuzzani conserva ancora coppie di magnifici alari in ferro battuto per i camini, lampadari di varie forme, un insolito "pulisci scarpe" da installare vicino all'ingresso principale delle case, amabili portafiori, geniali porta-specchi con annessi i porta brocca dell'acqua e il porta catino. Nel tempo ha riadattato cancelli, carriole e tanti altri oggetti strappati all'usura del tempo per reiventarli attraverso le sue abili mani di artigiano. Dorelli, invece, ci parla con rammarico della vendita del suo ultimo cavallo da " Birocciaio" nel 1952, sostituito con un portentoso camion con ribaltabile, il famoso G.M.C. (General Motor a 3 assi). Il mestiere di "birocciaio" era una tradizione di famiglia, lo svolgevano già suo padre Guglielmo e, ancora prima, suo nonno Giosué. I nostri interlocutori sono entrambi nati nella valle dello Zena e ricordano esattamente com'era la vallata negli anni '40, prima della 2^ guerra mondiale. Nella lunga veglia odo nomi strani come la "balota", "al macadur", la"paramina", che i nostri narratori ci illustrano con minuziosa precisione. (Prosegue nel prossimo numero).


Inizio Sommario