N. 5 - Anno VII - Settembre/Ottobre 2002 Indice giornale

Cultura

I Mestieri dimenticati

III) Puntata

 
Romano Colombazzi

La Piazza di Pian di Macina nel 1926

A Pian di Macina, prima della seconda guerra mondiale, un giorno alla settimana arrivava sempre il "sulfaner" della cascata di S. Ruffillo con il suo biroccio trainato da una bella cavallina macchiata. Dato il suo mestiere che lo portava di casa in casa, conosceva tutti e tutti lo conoscevano e l'ascoltavano per la sua simpatica parlantina. Lui lo sapeva e quando si fermava presso i gruppi di persone che discutevano uno dei tanti problemi del momento o del paese, prendeva la parola e zittiva l'improvvisato auditorio, raccontando con il suo dire franco e veritiero gli ultimi fatti accaduti a Bologna. Uomo dall'aspetto cordiale e bonaccione, sui quarantacinque-cinquant'anni, di bella presenza, non certo un sapientone ma neppure ignorante, insomma un tipo abbastanza in gamba, quando trovava una donna o ragazza sola in casa, iniziava un lungo corteggiamento e la gente, che non lo vedeva più uscire di casa, commentava "al s'attaca". Quando voleva concludere una discussione prima del solito, terminava dicendo " av salut, aiò tant da lavorer". Andandosene con il suo sacco in spalla colmo di robe vecchie di rame,alluminio,ottone, stracci e anche ossa, non pagava mai con soldi suonanti, ma con mazzetti di stecchini di canna di canapa coperti ad una estremità di un bagno di zolfo, i cosiddetti "sulfan", tanto necessari per la cucina e da cui deriva il nome del mestiere "al sulfaner".

Quelli che si divertivano molto in queste occasioni erano i ragazzini, i quali ripetevano il solito scherzo: invertivano gli allacciamenti delle redini al morso dell'animale cosicché tirando verso destra la cavalla, questa andava a sinistra e viceversa. Quando il sulfaner finalmente ritornava dalle sue raccolte e chiaccherate, dopo avere caricato il sacco sul biroccino, tirava le redini per andare verso Bologna ed immancabilmente la cavalla si muoveva verso Sasso Marconi.

" i m'lan fata anch stavolta" gridava rassegnato il nostro amico e sbirciava attorno per cercare i ragazzini che, da lontano, ridevano a crepapelle.

Nel dopo guerra, un certo Fabbri di Pian di Macina aprì l'attività di raccolta del ferro, rame ed altri materiali in loco e noi ragazzini, per guadagnare un pò di soldi, al momento dell'aratura, percorrevamo tutti i campi della zona per raccogliere le schegge e consegnarle, previo compenso, a Fabbri, meglio noto come "al sulfaner". Nel tempo questo mestiere è diventato sempre più raro e oggi chi svuota la cantine o raccoglie cianfrusaglie viene etichettato con il nome di raccoglitore ambulante, ma per noi rimane sempre al sulfaner.

Per tradizione la valle del Savena era ed è la culla dei fabbri artigiani che nel tempo sono diventati abili produttori di macchine automatiche. Per lunghi anni i fabbri sono stati coloro che hanno meravigliato per la loro capacità di progettare, inventare, costruire oggetti sempre nuovi a chi li osservava nel loro lavoro. A Pian di Macina esisteva una tradizione tramandata dal tempo che trasformava in fatto spettacolare la loro abilità e forza. Questa era la gara per il montaggio dei cerchioni di ferro alle ruote di legno dei carri, birocci, calessi e carrettini. Quel giorno di luglio era il più faticoso dell'anno per i fabbri. La gente del paese, già alla mattina presto, gremiva la piazza del paese attorno al raggio di lavoro degli artigiani per assistere al massacrante lavoro. Da un lato della piazza erano già pronti grossi recipienti pieni d'acqua, un arnese a cavalletto che serviva per accorciare i cerchioni arrossati dal calore e quattro grosse tenaglie per premere il cerchione nella sua ruota e tante, tante ruote. I fabbri accatastavano i cerchioni, mettendo all'interno i più piccoli e per ultimi i più grandi in modo da formare una grande catasta di ferro. Mediante un grande falò i cerchioni venivano arrossati e, quando erano già rossi, venivano presi con lunghe e grosse tenaglie. In quattro persone li portavano sopra la ruota già pronta sui cavalletti. In fretta si cambiavano le tenaglie con altre di forma diversa, si premevano i cerchioni fino a porli a filo della ruota da tutte le parti. Poi, sempre in fretta, si introduceva tutta la ruota fumante nell'acqua. La piazza brulicava di lingue di fuoco dei vari falò che arrivavano fino a 5 o 6 metri d'altezza, alimentate da grandi fascine, e di ordini perentori dei vari direttori dei lavori. Infatti il lavoro era eseguito con ordini secchi ed a voce alta data la pericolosità di certi movimenti che dovevano essere sincronizzati. I vari partecipanti, a dorso nudo e grondanti di sudore, ripetevano le operazioni in modo ritmico e montavano un cerchione dopo l'altro. Vinceva la gara chi naturalmente riusciva a montare il maggiore numero di cerchioni e i partecipanti, a fine gara, erano talmente sfiniti che non si reggevano più in piedi. Alla sera la piazza era libera e pulita; rimanevano solo dei grandi dischi rossastri dove il fuoco aveva cotto i sassi del selciato grigio. I ragazzini facevano a gara a chi stava più tempo con i piedi nudi su quei cerchi ancora caldissimi e, alla loro maniera, ripetevano una gara inusuale.  Di questa gara, pericolosa e spettacolare, si è persa la tradizione ma non la memoria che ho voluto rievocare con queste poche righe.

 


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