N. 5 - Anno VIII - Settembre - Ottobre 2003 Indice giornale

Ambiente

Ancora sulla caccia...

Il controllo della selvaggina è, di fatto, un'attività venatoria a tutti gli effetti.

  Ettore Casanova

 "Replicare dettagliatamente alle osservazioni fatte sul N° 3/2003 de L'Idea da Athos Ferraresi, presidente del comitato direttivo ATC BO/3 sarebbe lunghissimo. Anche se francamente non mi dispiacerebbe; se non altro perché potrei spiegarmi meglio. Comunque ci ritroveremmo con le stesse convinzioni di partenza. Compresa quella per cui - per me - il controllo, benché sicuramente pratica in linea di principio non omologabile alla caccia, per norme e soprattutto cultura (anzi, sotto questo profilo, antitetica alla caccia) di fatto sia diventata però una attività venatoria a tutti gli effetti. Art. 12, 3, l. 157/92: "Costituisce esercizio venatorio ogni atto diretto all'abbattimento o alla cattura di fauna selvatica mediante l'impiego dei mezzi di cui all'art. 13 [che sono poi i fucili]". Quando l'eccezione diventa la regola, è la regola a mutare: la quantità fa qualità. La misura una tantum che non finisce più o che viene rinnovata tutti gli anni, magari senza la certezza dei presupposti diventa una misura ... semper tantum. Per esempio gli abbattimenti di cinghiale per fucilate di controllo ormai superano quelli effettuati per fucilate a titolo di caccia (Silvano Toso, a Modena il 28.06.03 durante la sua relazione al convegno "Gli Ungulati e il Territorio"). Il controllo su passeri, storni, ecc.., da parte sua, ammesso a livello nazionale con decreto legislativo 17.09.02, n. 2297 (approvato, governante il Centro Destra, nonostante l'accanita resistenza dei parlamentari Verdi) e a livello regionale (ancor prima (?!)) dalla legge regionale n. 15 del 12.07.02 (approvata, governanti Sinistre più o meno ambientaliste e gli stessi Verdi (...)) è definito, senza tanti giri di parole, "Caccia in Deroga" dall'ARCI CACCIA Toscana in un comunicato stampa del 18.09.'02 (su "Caccia +"n° 10 Ottobre 2002, pag. 33). Mentre il vicesegretario bolognese della Federcaccia , senza inutili puntualizzazioni, ha dichiarato: "Grazie ad una deroga regionale si può tirare a storni e passeri normalmente proibiti ..." ("Il Resto del Carlino, del 31.08.02, pag. 1 della Cronaca dell'Emilia Romagna". Più espilicito invece il periodico "Diana" del marzo 2003, che (pagg. 34, 36 e 38 e 39) si esprime nei termini seguenti:"...prelievo in deroga .. introducendo la caccia in deroga a passeri, storni e al fringuello, è possibile sperare in una nuova stagione venatoria favorevole ai migratoristi ... se andate a contare le specie cacciabili, tolti  gli uccelli acquatici, che cosa rimane ? ... le altre specie di uccelli, cioè  passero, storno e fringuello si possono cacciare in deroga ... cioè non in modo normale ... è possibile sperare che anche la caccia alla migratoria ... possa tornare, se non ai fasti di un tempo, almeno ad un'attività venatoria soddisfacente ... ecc..". Dunque siamo in molti a prendere fischi per fiaschi e controlli per cacce. Quindi possiamo dire in un modo diverso e forse migliore: il territorio è così saturo di fucilate da mischiare caccia e controllo in una situazione talmente caotica da rendere la distinzione formale fra la pratica venatoria ed il controllo, permanente e totale, quanto meno velleitaria. Distinzione che non è però del tutto inutile. Visto che proprio il mantenimento del decoro delle forme rende presentabile un'amministrazione della fauna tutt'ora largamente antimoderna ed essenzialmente antidemocratica. Sempre per rimanere alla magica distinzione fra caccia e controllo - uno dei tanti artifizi formali che fanno la fortuna di un'amministrazione faunistica improntata alla regola reale delle tre "D" (Disfunzione, Dispotismo, Disguido) - essa permette di tenere insieme tutto ed il contrario di tutto, sia all'interno del mondo venatorio, che al suo esterno. Nei parchi i cacciatori possono sparare due volte la settimana per sei mesi all'anno, tutti gli anni, ad animali cacciabili; non rari, bensì in abbondanza. Ma non è caccia. Il dogma della scolastica ambientalista, della fauna protetta solo se si vieta la caccia sempre (comunque e a prescindere) è intatto: si spara, ma non si caccia. L'Ambiente è salvo !. E chi spara nei parchi, a sua volta, non è un privilegiato - per merito o per politica pubblica - rispetto agli altri cacciatori; semplicemente perché, appunto, spara,;ma non caccia. Logico. Ma all'occhio dello sprovveduto tutto questo sembra la Fira dal Sgumbei. Non solo per la problematicità a sintonizzare su un registro di equità effettiva tutte queste categorie di spari e sparanti snocciolate a profusione da una normativa in stato confusionale; ma anche perché tutti questi piani di controllo sembrano proprio essere le scorie tossiche di rapporti agrofaunistici ineguali; oggi come lo erano otto secoli fa. Non solo nei territori controllati dai cacciatori - con svilimento dell'arte venatoria stessa; primo paradosso Ma anche - secondo paradosso, questa volta clamoroso - in quelli controllati dagli anti-cacciatori: i parchi "

 


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