| N. 4 - Anno IX - Luglio - Agosto 2004 | Indice giornale |
Cultura |
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"Andiamo a Barbina?" |
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Uno spettacolo teatrale entrato nella storia di Pianoro. |
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Siamo arrivati a Pianoro nell'estate del 1972, eravamo sposati da un anno e mezzo ed Angela era di incinta di sette mesi, avrebbe partorito Elisa e Giovanni alla fine del mese di agosto. A Bologna facevamo parte da diversi anni un gruppo di giovani che si incontrava a Villa Pallavicini. Erano gli anni delle cosiddette "comunità di base" ed assieme alla lettura comunitaria delle Scritture e alla realizzazione di alcuni spettacoli che trattavano i temi della non-violenza e della pace, venivano svolte attività di volontariato rivolte a fasce di emarginati quali i poveri ed i carcerati. La comunità cristiana bolognese viveva un momento di eccezionale vivacità, la potenza innovatrice del Concilio Vaticano II del quale Giacomo Lercaro, cardinale di Bologna, era stato uno dei protagonisti, si coniugava alla presenza di personaggi veramente di grande spessore da Mons. Bettazzi a Don Dossetti, da Raniero La Valle ad Mons. Catti.
A Pianoro ci fu molto facile inserirci nell'ambiente parrocchiale dove accanto alla tollerante presenza di Padre Tarcisio ed all'incredibile dolcezza di Padre Arduino c'era un bel gruppo di ragazzi. Iniziammo a fare i catechisti ai più piccoli mentre si creò quasi subito un bellissimo rapporto con i ragazzi più grandi. Due furono le cose che più ci impressionarono, la prima che tutti i giovani avevano un soprannome, cosa a Bologna impensabile, la seconda che avevano una maturità politica di tutto riguardo. Allora lavoravo alla Filiale Fiat di Bologna, e da diversi anni facevo parte del movimento sindacale con incarichi a livello provinciale e nazionale, tuttavia mi sentivo a disagio quando nel corso di discussioni politiche mi venivano sottoposte analisi con riferimenti storici ed economico-sociali di notevole livello. Fu veramente un percorso comune quello che abbiamo percorso assieme; noi adulti con una "certa" maturità, i giovani con tanto entusiasmo. Allora non ero iscritto ad alcun partito (la mia militanza socialista è cominciata dopo l'incontro con Silvio Mucini), la mia origine piccolo borghese (mio padre era artigiano) non aveva le tradizioni marxiste di tante famiglie operaie. In breve tempo nacque l'esigenza di manifestare quelle tensioni e quelle speranze che in quel periodo vedevano masse di giovani battersi in tutto il mondo per una società migliore. Il primo spettacolo venne organizzato nell'attuale sala Sichar in occasione del Natale del 1972. Era una rassegna di brani e canzoni antimilitariste che mi piace pensare siano state uno dei semi dal quale ha tratto linfa l'odierno movimento pacifista.
Fu un vero successo, molti dei presenti erano commossi ed è facile immaginare l'orgogliosa felicità dei giovani artisti. Al primo gruppo di una quindicina di giovani e ragazze se ne aggiunsero molti altri nel corso delle riunioni settimanali che si tenevano in parrocchia. Nacque così l'esigenza di scrivere un pezzo teatrale che fosse frutto del lavoro e dell'impegno di tutto il gruppo. Non ricordo chi suggerì di scrivere di Don Milani, resta il fatto che tutti furono d'accordo. Man mano che la lettura delle opere del Priore di Barbiana diventava il canovaccio dal quale ricavare scene e dialoghi, divenne pressante l'esigenza di conoscere i luoghi nei quali il sacerdote aveva vissuto l'incredibile esperienza di educatore e di fondatore di una scuola nella quale i più grandi insegnavano ai più piccoli, e dove i figli dei contadini potevano apprendere a leggere e a scrivere. Siamo andati tutti insieme diverse volte a Barbiana, un pugno di case sparse sulle colline fiorentine, dove abbiamo girato filmati e fatto interviste alla sua "perpetua" e soprattutto visitato la tomba che già allora era meta delle tante persone che condividevano le critiche del Priore riguardo sia alla scuola e sia ai cappellani militari. La sua pubblicazione "L'obbedienza non è più una virtù" gli guadagnò un processo. Il testo teatrale, che venne intitolato "Andiamo a Barbiana?" ed immaginava un viaggio da Pianoro alla scuola di Don Milani,i si componeva in una serie di quadri nei quali si muovevano personaggi tratti dalle varie opere ed in particolare da "Lettere ad una professoressa". Alla prima rappresentazione, ovviamente in parrocchia, ne segui un'altra, questa non ovvia, alla locale festa dell'Unità: gli applausi convinti che i differenti pubblici tributarono alla fatica dei giovani attori pianoresi facevano sperare che forse i due mondi quello social-comunista e quello cattolico forse un giorno si sarebbero incontrati . Tante sono state le rappresentazioni del Collettivo teatrale di Pianoro (così si chiamava) nei vari teatri parrocchiali e Sale Arci della provincia con una serata veramente indimenticabile che vide i giovani attori pianoresi raggianti fra le acclamazioni del pubblico del Teatro "La Ribalta" pieno come un uovo. Il gruppo continuò a riunirsi ancora per un altro anno, si mise mano ad una nuova opera che però non fu mai terminata. Come spesso accade nel mondo giovanile a momenti di grande impegno ed entusiasmo ne subentrano altri di stanca. Anche il contesto nazionale era cambiato, le speranze di un mondo migliore si infrangevano nel terrorismo delle Brigate Rosse e alla rivoluzione dei figli dei fiori subentrava il sinistro gesto della P38. Nonostante le strade di molti si siano divise in tutti è rimasto un rapporto personale molto forte, ed un ricordo che comunque resta un momento fondamentale per le nostre piccole storie. Belle sono state le parole con le quali Claudio Scandellari ha ricordato quei tempi in occasione dell'inaugurazione del "Centro di Documentazione Don Lorenzo Milani" presso la biblioteca di Rastignano. Molti degli attori del Collettivo erano presenti, alcuni avrebbero voluto esserci ma erano impossibilitatati, fra questi sicuramente Rita e Marpa che sono ancora nei cuori di tutti.
Angela e Paolo Brighenti