| N. 5 - Anno IX - Settembre - Ottobre 2004 | Indice giornale |
Attualità |
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COS'È LA PACE? |
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Piergiovanni Pierantozzi |
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Forse qualcuno ricorda sui muri ancora scheggiati dalle bombe con accanto qualche cumulo di macerie una scritta con il gesso: W la pace. Da bambino a Bologna, ancora con i segni della guerra evidenti nelle case diroccate, mi stupivano quei graffiti semplici ma incomprensibili, per me affascinanti. Che cosa voleva dire quella doppia V, e quella rovesciata vicino alla parola guerra, che ancora non sapevo leggere? Avevano il sapore d'altre parole, Kappado, nix-Kappado, Spazziren, nix-Spazziren che si usavano nel gioco delle palline di vetro. Spazziren significava che pretendevi di pulire il percorso dai sassolini prima di tirare la tua pallina. Non lo potevi fare se il compagno di gioco diceva prima perentoriamente: NIXPAZZIREN! Ripensandoci erano parole d'origine tedesca, e noi le abbiamo imparate da loro! Io non c'ero, ma poco tempo prima qualcuno aveva pur giocato a palline con loro, non so se tra adulti o tra bambini, non c'erano quindi stati solo mostri armati fino ai denti e campi di concentramento, Marzabotto, Monte Sole, ormai fissi nel nostro immaginario! Chi erano quelli buoni? Quelli che avevano voglia di giocare?
La guerra come igiene del mondo, dicevano alcuni intellettuali alla prima guerra mondiale, giovani con spirito d'avventura e voglia di cambiamento. Altri mandati a combattere hanno detto, da entrambe le trincee: guerra inutile e sofferenza senza motivo. Sono stati condannati a morte per disfattismo. Una volta partito, il meccanismo della guerra diventa inarrestabile. Occorre quindi una forte sorveglianza ed attenzione, per non trovarsi poi coinvolti in quelle maglie. Il pericolo è sempre attuale, purtroppo. Non c'è un nemico attuale, ma la nostra paura può essere facilmente alimentata con esiti inaspettati. Sono importanti quindi le iniziative per la pace anche a livello locale. Come si è letto nell'articolo "Il colore della libertà" di Dalmastri sull'Idea, il campo estivo di bambini arabi ed italiani qui a Pianoro è stato un buon esperimento. Portato avanti da un gruppo di cittadini adulti e bambini che si è fortemente motivato sull'idea dell'accoglienza. Con l'appoggio del Comune, in particolare dell'assessorato alle politiche giovanili, pace e diritti umani, ha ospitato i bambini e le maestre palestinesi, provenienti da un campo profughi del Libano nella bella scuola del Gualando, come in una grande famiglia. L'esperimento ha funzionato per la determinazione, la competenza e l'impegno degli adulti coinvolti, e soprattutto la disponibilità dei bimbi a partecipare e a responsabilizzarsi. Non è stato facile organizzare ed adeguare in tempo "reale" il progetto allo sviluppo degli eventi, specialmente per chi ha voluto essere, necessariamente, molto presente. Ci sono state difficoltà per i permessi di soggiorno e le date sono state ripetutamente spostate in avanti. I bimbi pianoresi hanno iniziato due giorni prima dell'arrivo degli ospiti a stare nel campo per prepararsi a riceverli adeguatamente. Dopo la grande emozione dell'incontro i bimbi hanno però pagato per primi il conto delle difficoltà iniziali dell'avvicinamento e della convivenza: non è stato scontato e facile dare subito confidenza e fiducia a degli sconosciuti che parlavano un'altra lingua, anche se ti ospitavano. E viceversa. Per fortuna c'erano le traduzioni istantanee di una ragazza italiana di origine araba. Di aiuto al superamento e alla sdrammatizzazione delle difficoltà iniziali sono state le buffe improvvisazioni di due genitori, che come mimi, hanno creato un teatrino burlesco con scene d'incontro, gesti d'amicizia e di difficoltà di comprensione tra sconosciuti: saluti, abbracci, convenevoli, e…perché no, anche calci alle spalle per farsi i dispetti subito dopo. Abbiamo riso a lungo sui calci dati all'indietro e sull'imbarazzo che i due esprimevano prima di capirsi e mettersi d'accordo…era caldo e non riuscivano neanche a bere comodamente, visto che uno di loro aveva solo l'acqua in una bottiglia e l'altro aveva solo i bicchieri. Ridendo ci si è resi meglio consapevoli della necessità del dialogo e della fiducia reciproca.
La musica è stata la grande risorsa e il modo di dare forza alla comunicazione e alla partecipazione. Con il richiamo a raccolta di tutti in gruppo con il campanaccio per fare musica, partivano le percussioni con i tamburi, i ritmi delle mani battute, con la voce e il movimento delle braccia. Ognuno partecipava al gioco espressivo non verbale: piccoli e grandi insieme, seduti in circolo. Ticchi ticchi, tah!, pitti pitti, pah!,… taah!, paah!…: dita che si stringono ritmicamente, come il rumore dei ciappetti per biancheria aperti e chiusi, disposti in alto su un filo steso immaginario. Tutti spontaneamente insieme con le braccia alzate, seguendo il ritmo anche con il corpo, ci si sentiva alla fine più sciolti e disinvolti. Anche nella loro lingua araba, un ritornello diceva: bravo bravo bravo, bello bello bello, ah ah ah!, ah ah ah!, battuta di mani, battuta di mani. Con cadenze ripetute, ti muoveva qualcosa dentro, ah ah ah!… Si cantavano anche alcune strofe in lingua inglese, imparate con facilità dai bimbi, accompagnati con la chitarra, si alludeva ad un incontro tra popoli diversi.
I giochi liberi nel salone, le corse, la palla, la ricerca dei grilli e le cavallette nel prato verde della scuola sotto la collina, il mangiare buono della "mamma" nel gazebo, le cavalcate sulle spalle dei "babbi", i lunghi lavaggi nella doccia e le chiacchere prima di dormire, hanno fatto da sfondo alle pause del fitto programma d'attività: la caccia al tesoro, le gite a Bologna e a Venezia, l'esplorazione nel bosco con la Lipu, i bagni in piscina, la visita al Comune e alla biblioteca, la pittura, la creta ed altre ancora. C'è stata anche un'esibizione dei bambini durante uno spettacolo in piazza a Pianoro, con canti, percussioni e balli in costume.
Se ne sono andati felici di questa bell'opportunità, portandosi dietro qualche piccolo regalo e il grande manifesto dipinto insieme. A noi è rimasto il grande albero di cartone con le impronte colorate delle nostre e delle loro mani. Sopratutto sono rimasti i ricordi, le fotografie, la voglia di ritrovarsi in futuro, ed anche un po' di stanchezza per i volontari che si sono particolarmente a lungo impegnati nell'organizzazione, che è stata efficace e convincente.