N. 1 - Anno X - Gennaio - Febbraio 2005 Indice giornale

Copertina

Il Personaggio

RICORDI DI GUERRA

 
Piergiovanni Pierantozzi

In una bella giornata di dicembre mi trovo a casa di William Vivarelli, con la figlia Diana e il nonno Vermilio. Sono andato lì appositamente per farmi raccontare da Vermilio i sui ricordi di guerra, che coincidono con quelli di gioventù, passata a fare il militare e a combattere per quasi sette anni. Sono ricordi brutti, le sofferenze di quel periodo sono state grandi, penose da ricordare. Il tempo le ha un po' alleggerite, ma nel passato era difficile raccontarle agli altri, anche ai propri figli.

Il 4 aprile 1939 Vermilio parte da Granarolo per il servizio di leva. Ha venti anni, arriva a Gradizza, un paesino al confine con la Jugoslavia e li svolge il servizio di guardia alla frontiera. Gli slavi sono amici degli italiani, alla dichiarazione della guerra stanno dalla stessa parte.  Con loro ci si incontrava e spesso si parlava, nel tempo ci si capiva sempre di più e si approfondivano le reciproche conoscenze. Poi un giorno, nella primavera del 1941, gli ufficiali ci dissero: "…da oggi siamo belligeranti, non si può più parlare con loro perché siamo diventati nemici…". Ci salutammo per l'ultima volta piangendo ed abbracciandoci. Così per noi incominciò la guerra. Ma cos'era successo? Non lo sapevamo, non ci dicevano cosa accadeva. Non avevamo informazioni: non c'erano i giornali e la radio. Non sapevamo nulla da fuori, neanche da casa. La posta ci arrivava completamente censurata, con le parole cancellate se i parenti ci comunicavano notizie sulla guerra o dicevano cosa succedeva in giro. A Granarolo, un gruppo di madri avevano occupato l'anagrafe del Comune per distruggere l'archivio, cercando così d'impedire la chiamata alle armi dei figli. Questa, per esempio, era una notizia che non poteva essere raccontata, così come tante altre anche meno importanti. Ci lasciavano quindi all'oscuro di tutto, sapevamo solo quello che ci dicevano i nostri ufficiali.

Quando siamo entrati in Jugoslavia abbiamo dovuto combattere contro un nemico che non conoscevamo e per il quale non eravamo preparati. Erano formazioni di partigiani armati di fucili e mitragliatrici. Noi avevamo i cannoni e ci spostavamo con l'artiglieria pesante, completamente inutile per quegli scontri. Infatti non l'abbiamo mai usata. Là sono morti molti miei compagni che erano giovani di vent'anni. Mi ricordo il primo combattimento: avvenne lungo una ferrovia, a Nuovo Mesto. Sorvegliavamo i treni con le scorte di benzina che andavano a rifornire l'esercito in avanzata. Ci attaccarono di sorpresa, al buio, di notte. Subito furono colpiti a morte dalle pallottole la metà di noi che eravamo lì di guardia. Io sono riuscito a rifugiarmi tra le rocce sopra la massicciata, portandomi dietro un compagno gravemente ferito, aspettando la luce del giorno e l'arrivo degli aiuti. Lui è morto dissanguato. Era di Vicenza, piangeva e diceva che non voleva morire, ed io lì vicino non potevo fare nulla... Ci furono altri scontri…

Vermilio fa una pausa nel racconto, sembra che non voglia ricordare i particolari, perché sono penosi e forse inutili, non da raccontare, ma per la mancanza di un contesto e di motivazioni che tuttora sfuggono alla ragione. Infatti dice: la guerra non bisogna mai farla, non esiste alcun motivo per fare la guerra!.

Si riprende e torna a raccontare di quando gli ufficiali li abbandonarono, nel settembre del 1943, lasciandoli senza ordini e aiuti. Lui e i suoi compagni si diressero verso casa, ma non avevano i vestiti e le scarpe adatte per quell'impresa. Erano molto lontani e correvano continuamente il rischio di essere catturati dai tedeschi. Decise di unirsi ai partigiani slavi della brigata Osoppo. Fu poi ugualmente fatto prigioniero dai tedeschi, in un'imboscata, in novembre. Con un freddo già molto intenso, fu "spedito", senza scarpe e malamente vestito, in un carro merci stipato di prigionieri, a Danzica, in Polonia. Ci mise quindici giorni ad arrivare, soffrendo la fame e il freddo per tutto il tempo del lungo viaggio. Lo misero a lavorare in una ferrovia, con pochissimo da mangiare. Doveva sfamarsi con ciò che trovava, se capitava. Fu poi mandato a Stettino, e in altri campi di lavoro in Germania, sempre con poche possibilità di trovare del cibo. "Ci si lavava pochissimo", l'acqua era molto fredda, si poteva morire anche per una doccia, magri e deperiti com'eravamo. "Riuscii a fuggire quando ormai pesavo solo una trentina di chili…". La guerra era finalmente finita, ma la casa era lontana e mancavano i mezzi per ritornare.

Vermilio riuscì a tornare a casa solo nel mese di novembre, ritrovando i genitori con ancora viva una grande paura dei tedeschi. Tutto era distrutto e tutto era da ricostruire.

 Vermilio aveva salvato la pelle che gli era rimasta. Non poco, rispetto a tutti quei morti in guerra: cinquanta milioni in Europa.

Dopo la ricostruzione nel suo paese, allevando bestiame con il padre e partecipando attivamente all'avvio della coperativa Latte Granarolo, è venuto a Bologna e ha messo su un bar al Bitone. "Mi chiamavano Vermilio il rosso, per le mie idee politiche!". "Il mio nome deriva invece da quello di un paese del Friuli, dove mio padre è stato in guerra, anche lui, nella prima guerra mondiale". Due generazioni in fila hanno combattuto!. Dice che con questa esperienza, generazionale, ha fermamente bisogno di raccontare l'inutilità della guerra.

Dice di ritenere sbagliato l'invio dei soldati italiani in Iraq e negli altri posti.

Al villaggio Due madonne, dove attualmente abita, c'è una statua eretta in onore di Grigoris Lambrakis, un cittadino greco pacifista, coraggioso nell'esprimere le proprie opinioni, ucciso negli anni sessanta da nemici politici. Vermilio si è fatto in questi giorni promotore di un comitato che chiede la ricollocazione della statua nel centro della piazza, da dove è stata spostata.  Ora si trova in un angolo, come la si vede nella foto con Vermiglio.

 


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