| N. 2 - Anno X - Marzo - Aprile 2005 | Indice giornale |
Cultura |
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"Fra Passato e Passato Prossimo" |
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(5°Brano) |
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Romano Colombazzi |
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Facendo ora ritorno per una seconda volta all'Osteria della Pedagna, prima di rimettermi in cammino verso il Palazzaccio e l'Osteria del Pero, non posso non ricordare che in tale fabbricato ha vissuto sino al 1958 la "Sampira". < Se tutto va male c'è sempre la "Sampira" >, diceva, ai suoi tempi, mio nonno. Come narra il libro Abracadabra di Tiziano Costa, la Sampira, al secolo Giulia Carati coniugata Zuffi, nacque nel 1875 e morì alla Pedagna il 27 Dicembre 1958. Nell'immediato dopo guerra e fino alla metà degli anni Cinquanta, toccò l'apice della sua fama. Nata sulle alture di Montecalvo, dove un tempo sorgeva una chiesa dedicata a S. Pietro, deve il suo nome d'arte a questa località. A Bologna tutti la conoscevano e ne parlavano con riverente ammirazione. Era diventato un luogo comune consigliare ad una persona particolarmente sfortunata di andare da lei o, viceversa, collegare un'immensa fortuna con il suo brillante intervento.
Depositaria di un sapere antico, con i suoi misteri e le sue suggestioni guariva da malanni e dal malocchio sia gli uomini che gli animali. In una società contadina, nella quale il patrimonio era costituito dal raccolto e dalle bestie, l'importanza che rivestivano gli animali è intuibile. Se il maiale aveva il "male rosso" in bocca, se la mucca dimagriva e non dava più latte, se i pulcini venivano decimati dalla "moria", si ricorreva alla Sampira. E così pure per il buon esito dei raccolti contro la grandine e la siccità. Una cara amica, conosciuta da ragazzo, mi raccontava sempre il suo incontro con la Sampira. La mia amica era una donna molto dinamica che raccoglieva il latte dai contadini della vallata per il suo caseificio. L'operazione di raccolta avveniva tramite un calesse trainato da una splendida cavalla baia di razza americana; se la cavalla si azzoppava, il "giro del latte" avveniva con un carro tirato dai buoi, ma con un tempo molto lungo. Stanca dei continui azzoppamenti della cavalla, decise di rivolgersi alla Sampira. "E' stato fatto un malocchio alla sua cavalla; quando va a casa, si rechi nella greppia della cavalla e sul fondo, sotto al fieno, troverà una corda con venti nodi. Li sciolga e butti via la corda." Questo fu il responso della Sampira! La "Bianca", così si chiamava la mia amica, pur non credendo a quanto proferito dalla Sampira, poiché curava personalmente la cavalla sia per il mangiare che per il bere, visitò la mangiatoia e con grande meraviglia e stupore trovò la corda incriminata sul fondo della greppia. Disfattasi della corda, la cavalla non ebbe più alcun malanno ed ella potè proseguire alacremente il suo lavoro. C'era un pellegrinaggio continuo di gente di città; chi era senza mezzi propri, arrivava in tram fino al ponte di S.Ruffillo, poi proseguiva a piedi. Chi veniva per la prima volta dalla Sampira, chiedeva informazioni sull'ubicazione della casa, quasi di nascosto, qualcuno con molto imbarazzo. Andavano tutti, comunque, dalla Sampira. La signora non chiedeva denaro, ma era costume lasciare ugualmente un'offerta. Data l'affluenza di pubblico, è facile capire che gli affari prosperassero e sembra che venisse guardata con un pizzico d'invidia da quei paesani che non se la passavano proprio bene con l'indigenza che c'era in giro.
La Sampira viene ricordata per l'estrema riservatezza; usciva raramente per andare a fare la spesa; le riconoscevano doti eccezionali, inspiegabili ed una bravura indiscussa. Astenia, esaurimento psico-fisico, stress, depressione, ansia, nevrosi…..: parole sconosciute allora, che i nostri padri sintetizzavano tutto, specie se accompagnato da contrarietà più o meno gravi, con un misterioso "aver l'arlì adòs". Se si traduce dal dialetto la voce "arlì" compare: arlìa, malìa, malaugurio, stregoneria, tedio, malinconia. Alcune persone, specie se invidiose, "i pòrtan i'arlì", si diceva, cioè ci sono portatori "sani" del malocchio. E ancora: " brisa cràddar ch'ai sia, mo brisa cràddar ch'an i sia": non credere che esista, ma non credere neanche che non esista.
(Prosegue nel prossimo numero).