N. 6 - Anno X - Novembre - Dicembre 2005 Indice giornale

Cultura

PER DUE SACCHI DI FOGLIE SECCHE

I racconti di Angiolino Fabbri

 
Umberto Fusini

per gentile concessione della famiglia inauguriamo da questo numero una nuova rubrica con i racconti scritti da Angiolino Fabbri che molti ricorderanno come uomo creativo e di cultura nonché noto burattinaio 

 

Vorrei narrare questo episodio che, fra i tanti, è uno dei più ricordati tanto fu la lezione subita. In Pian di Macina, paesino a 13 km. da Bologna, ne capitavano di quelle che fecero del paese il più allegro e il più burlone di tutti. Piccolo borgo con più di 250 famiglie le quali vivevano il loro mondo fatto di fatiche e di gioie, quasi tutti muratori gli uomini, casalinghe le donne o fornaciare. Ben cinque osterie mantenevano allegra la gente e con balli e canti il tempo passava in fretta. Anche mio padre aveva un'osteria (quella ed Santino) ma il suo mestiere era il muratore, uno dei più capaci. Mia madre, la Cattereina, faceva un po' di tutto: oltre a governare la casa, teneva alla loro stagione i bachi da seta, facendo poi alla massima crescita una quarantina di arelle piene zeppe che divoravano anche più di due quintali di foglie di gelso al giorno.  Aveva un somaro, una capra e parecchi maiali, questi ultimi si allevavano alle porcilaie luogo a 300 metri dal paese e noi figli piccoli avevamo il compito di governare quegli animali. Per risparmiare paglia da letto, andavamo lungo la "barlaida" a insaccare foglie secche e un bel pomeriggio toccò a me e Ubaldo di andare a fare la provvista.  Sacchi in spalla si partì di malavoglia. Giunti a fine case verso il ponte ove davanti alla sua porta "Lambech" stava facendo i bruschini da bucato, facemmo una lunga sosta perché l'uomo, mentre  lavorava, cominciò a spiegare cos'era la "busmela", dove nasceva e come si preparava per fare bruschini e  brusconi. Poi, lasciato "Sistein", oltrepassammo il ponte sul Savena e scendemmo verso il torrente dove nella sponda cresceva un lungo pioppeto e moltissime grosse acacie: la cosiddetta  "Barlaida". Giuntovi ci  sedemmo sopra i sacchi vuoti all'ombra di una pianta e cominciammo a parlare delle nostre ultime monellerie  poi raccogliemmo fiori, trovammo funghi prataioli e qualche bella "Spunzola", giocammo lungo il sentiero al zacagn con posta di bottoni poi al gioco della "cavaleina" sin a quando ci accorgemmo che il sole non c'era più e la sera si avvicinava in fretta. Radunammo qualche mucchio di foglie, ma non insaccammo perché era già buio. Che fare ora? Andare a casa senza foglie sarebbe stato come dire prepara la tua schiena e il tuo sedere a tante botte.  Ubaldo più piccolo d'età mapiù alto di statura cominciò a piangere ed io pensai agli scapaccioni che mi piombarono sulla testa la sera prima.  Ci guardammo negli occhi e capimmo che eravamo già stanchi di essere menati e quando Ubaldo disse: <<lo non torno più a casa>> gli risposi: <<Se non ci vai tu non ci torno nemmeno io>> perché immaginavo che le botte di quella sera sarebbero state più pesanti delle altre. Nascondemmo i sacchi e i pochi funghi in un cespuglio e c'incamminammo verso l'opposto del paese e giù, giù verso il ponte "Ed Patuelli" (ora Neri) e sempre per mano verso il bivio della "Nazionale", poisu verso Musiano. Era già molto buio quando ci fermammo davanti ad un cancellino che portava nella terra del Prete. <<Andiamo qui dentro>> disse mio fratello <<Ma qui verrà freddo stanotte>> risposi io <<Andiamo alla casa perché ho anche fame>>. Andammo allora per quel ripido sentiero verso la casa del contadino, bussammo alla porta e quando s'aprì un uomo altissimo ci guardò a bocca aperta. <<Ben, du ragazu? E cosa volete a quest'ora?>>. <<Un po' di pane>> risposi <<abbiamo fame>>. <<Ma chi siete? Io non vi conosco>> ed io <<Al papà l'é Santino e la mama l'é la Cattereina>>. E lui <<.Ah. Aiò capé, e come mai a si qué?>>. Cercai di spiegare <<A sen andè a foi mo l'é vgnò bur e aven pers la strè...>>. <<Aiò beli capé incosa ades la strè avl'insegn mé>> concluse l'uomo che fece un cenno a sua moglie e uscì. La donna che aveva tutto udito ci fece entrare, ci diede un bel pezzo di pane bianco dicendo <<Sedete un momento, "Carota" è andato di la un momento ma torna subito>>. Difatti, tornò, ma non era solo vi era con lui l'Arciprete che, pallidino e borbottante, alla nostra vista spalancò le lunghe braccia e, guardando in su gridò a voce alta: <<Dio a t'ringrazi>> poi rivolto al contadino ordinò: <<Prendi i ragazzi e portali a casa e, mi raccomando, dì a sua madre (che molto tempo prima era stata la sua serva) che abbia riguardo nel riceverli perché so che le piace bussar forte e a voi due quando verrete alla dottrina giovedì sentirete da me la ramanzina>>.  Fu così che l'uomo ci prese per mano e stringendo abbastanza forte ci condusse a casa dove un legame a quattro doppi lavorò tanto da gonfiare il sedere a tutti e due e per…  due sacchi di foglie secche.


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