| N. 5 - Anno XI - Settembre/Ottobre 2006 | Indice giornale |
Cultura |
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I RACCONTI DI ANGIOLINO |
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"Fidrigon" e so fiola |
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Umberto Fusini |
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Fidrigon era il vecchio più stravagante di Pian di Macina, lungo e sottile come una "saracca" e brontolone al mille per cento, capace anche di brontolare da solo e senza un qualsiasi motivo ore intere e come la batteva col capo e con le mani teneva delle vere discussioni con se stesso, poi metteva le mani in mano e diceva: Ades a fen la pes, guai se mé a degh quel. Divertiva al solo guardarlo: faccia schiacciata dall'alto in basso, naso lungo e storto, bocca stretta e senza denti, ecco il nostro Fidrigon. Abitava con la moglie e due figlie vicino alla nostra pista da ballo quando ancora si ballava con l'organo di Valeri, al quale mancava una gamba. Valeri portava una specie di stampella con grosso bastone, girava i paesi e le borgate con l'organo su due ruote trainato da una bella cavallina tutta bianca. Al sabato portava l'organo in pista e lo riprendeva il lunedì mattina; mangiava e dormiva da noi ed era ben pagato. Fidrigon che ci vedeva poco ma ci sentiva molto, quella "gatera", come la chiamava Lui, gli dava talmente fastidio che, a volte, correva a letto e si copriva la testa col cuscino e malediva i ballerini, il padrone e quell'accidente d'organo e chi l'aveva portato lì. A volte la moglie lo mandava a legna e lui si portava a casa fascine di gamboni di granoturco; il fumo che faceva era tanto da sembrare che la casa bruciasse. Povero Federico (il suo vero nome), non portava mai calze ai piedi, bastavano due pezze spiegazzate e basta, scarpe chiodate e mantella corta da che portava anche in casa e quante volte si copriva con quella la testa per non sentire la "Vera" suonare. Un giorno la figlia più grande stanca di sentirlo maledire questo e quest'altro domandò al padre: "Mo papà cuset stamateina? Finela mò!" E Lui, "A la finés quand'aiò truve la peppa" e la figlia: "Mo st'lé in bocca, cusa zeirchet?" "Oi le mò veira", rispose contento; ades a fagh una pippè longa da qué a la pompa, e fumò felice. Aveva un gatto tutto spelacchiato che chiamava "Topo". Un bel giorno, stanco di aprire la porta a quel gatto per farlo uscire ed entrare, prese la sega e, smontato l'uscio vi segò un angolo nella parte bassa, rimontò la porta e disse: "Ades passa mò lé Topo" e durò mezz'ora a parlare col gatto. La figlia fu per un tempo la fidanzata di Nello (mio fratello) che proprio allora cominciava a fare burattinate con papà. Nello volle ch'essa prendesse parte ad una recita, una particina corta detta "dalla Regina al figlioletto" tutto studiato e tutto pronto quando, nella terza scena del dramma la Regina doveva dire al bambino: Vieni adorato fanciullo. Lei invece disse: "Vieni adorato fancullo". Scoppiò un putiferio e gran risate del pubblico con urli all'indirizzo della protagonista. Fu tirato il sipario e Nello per rimediare al male interpretato uscì dal "casotto" con in mano i due burattini e disse alla gente urlante: "Signori e Signore, ascoltatemi: Che c'è da ridere tanto? Ecco guardate, questa è la Regina Smeralda e questo è il figlio Principino Fancullo. Proprio così si chiama questo personaggio, se a voi però non garba cambiamogli nome insieme e buona notte ai suonatori". Fu silenzio, nessuno rispose. "Allora, se va bene così, andiamo a dar seguito alla commedia". Entrò in "casotto", si aprì il sipario e lo spettacolo continuò fino in fondo e fu premiato con un lungo applauso. Mio padre elogiò Nello dicendogli: "Tu diverrai un bravo burattinaio".