| N. 2 - Anno XII - Marzo/Aprile 2007 | Indice giornale |
Cultura |
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GIOCANDO CON MOZART |
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Piergiovanni Pierantozzi |
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Camminando per Salisburgo ti colpisce la dominante grigia che avvolge le forme della città e del paesaggio. L'aria è limpida ed il castello è sempre visibile allungato, bianco cenere sulla collina. La sera, nella parte vecchia della città alla sinistra del fiume, ti meravigliano le luci azzurrine delle insegne e gli oggetti ben illuminati nelle vetrine. Su questo sfondo, privo di luci artificiali, Mozart bambino cresceva con la musica del padre, vissuta in casa ed in giro per il mondo. Il genitore musicista, Leopoldo, lo portava con se, insieme alla moglie e all'altra figlia, nei concerti dove suonava, e nel frattempo li educava al mestiere fin da piccoli. Ma se per un bambino da un lato è bello stare sempre insieme con i genitori, con loro anche via da casa, dall'altro ci si chiede: c'era il tempo per il gioco e le altre cose per crescere? Amadeus era particolarmente talentoso, assorbiva le note delle musiche come una spugna, le sapeva riprodurre facilmente a memoria, ma era capace soprattutto di comporre in proprio: era un bambino prodigio che faceva meravigliare anche il papa e il re di Francia... Tiziano Roversi ci racconta questi aneddoti, e ci fa ascoltare un Mozart poco conosciuto, ritrovato con una ricerca personale che ha proposto a noi di Capo Seattle, organizzatori delle quattro serate d'ascolto in novembre alla biblioteca di Pianoro, per un pubblico accorso poi numeroso e attento. Erano ricerche interessanti anche noi poco esperti, riuscivano ad avvicinarci al compositore e capirlo, cogliendone gli aspetti intimi, umani, e vedendone i progressi. Leggiamo le lettere del musicista che scrive alla sorella, alla cugina, alla moglie e al padre. Spesso sembra di sentire un bambinone poco impegnato, che esprime liberamente sciocche fantasie e l'immediata espressione della propria fisicità. Aveva tanto tempo libero per se e quindi giocava? A quei tempi siamo nella stagione dell'illuminismo: alla visione del mondo dell'uomo occidentale si erano aperti nuovi orizzonti, grazie al contributo di filosofi e di scienziati. Per una categoria d'individui socialmente avvantaggiati si coltivavano nuovi saperi e consapevolezze, con nuove prospettive esistenziali. Si parla di una élite con disponibilità di risorse finanziarie, gli altri, il volgo, arrancavano ancora nei bisogni più immediati. In una lettera alla sorella, Amadeus giovanetto che passava per Napoli, definisce il lungo viaggio in carrozza un incubo di polvere, e la densa popolazione che vede nella città, i "laceroni". Questo distacco è comune negli artisti che vengono in Italia seguendo la moda di quei tempi, per studiare nelle accademie e vedere i resti delle antiche civiltà. L'Italia, dopo la stagione del barocco che la vede protagonista, mantiene nel settecento ancor alto il prestigio delle scuole di musica, delle belle arti e di architettura. Vediamo Canova, coetaneo di Mozart, rendere visibile nella scultura l'ideale classico a cui ci si ispirava. Con il pittore Pietro Longhi allora più anziano invece è possibile vedere come era una famiglia agiata dell'epoca, nella propria casa, che magari si intratteneva con la musica o era impegnata in altre faccende domestiche. Tornando al giovane talento, nonostante la presenza continua al suo fianco del padre protettivo e, diremmo oggi, soffocante e possessivo, riesce ad esprimere se stesso genuinamente almeno nella musica, come ci dice una testimonianza di un maturo musicista dell'epoca che lo vede a Milano. Grazie sempre al padre, diciassettenne ottiene un ruolo fisso di compositore al servizio dell'arcivescovo Colloredo, reggente di Salisburgo. Suona anche il clavicembalo e il violino, e scrive musiche per il proprio divertimento. L'arcivescovo, come i governanti dell'epoca, era dispotico ed autoritario e non concedeva libertà di movimento al giovane che non poteva quindi mai allontanarsi dalla città. Lui così si sentiva ingessato e dopo qualche anno tenta finalmente di provare nuove esperienze, viaggiando con la madre (il padre è vincolato alla corte di Colloredo) in varie città e d'Europa. Roversi esprime un suo parere personale su queste vicende, ci dice: Mozart avrebbe potuto meglio rivolgersi ad una committenza borghese e quindi uscire finalmente dalle pastoie soffocanti dell'aristocrazia e delle corti. Questo lo fece più avanti nella sua vita, quando da sposato, allontanandosi dalla famiglia, andò a stare a Vienna per vivere di musica, lavorando in modo autonomo senza una committenza fissa. Saltando molti passaggi del racconto sul nostro protagonista, nei pezzi proposti all'ascolto da Roversi, notiamo anche noi poco preparati una vitalità ed un'energia particolare del compositore. Mi ha colpito una composizione dove si parla di passaggi grotteschi, musica, per me, viva e provocatoria, o il pezzo intitolato "Tutto quello che non si deve fare nella musica" altrettanto vitale. Si dice che la sua fortuna sta anche nell'incontro con il famoso librettista Da Ponte e con il committente illuminista e progressista, l'imperatore d'Austria, Giuseppe secondo. Nascono così le sue famose opere liriche: il "Don Giovanni", "Le nozze di Figaro", e con un librettista salisburghese "Il flauto magico". Sono quelle che ho potuto vedere raffigurate sulle nuove porte di bronzo inaugurate nel 2006 alla "Haus fur Mozart, Festspielhaus" di Salisburgo, in occasione del 250° anniversario della sua nascita. Nella foto vediamo lo scultore italiano Gian Piero Manca, che ha costruito le porte insieme con un altro scultore locale. Per concludere riportiamo qui di seguito un breve curriculum del nostro maestro di storie della musica, Tiziano Roversi, medico, ma anche diplomato all'Accademia Filarmonica. A questo proposito ci dice che se un tempo l'Accademia di Bologna era un trampolino di lancio nel mondo della musica (anche Mozart si era diplomato a Bologna), ora le cose vanno molto peggio. Roversi si laurea in medicina e chirurgia nel 1977. Durante gli anni del liceo studia pianoforte ed organo con il maestro G. Crema ed entra nella Cappella Musicale Arcivescovile si S.M. dei Servi come corista. Negli anni '80, pur esercitando la professione di medico a tempo pieno, studia oboe con il maestro Giuliani e impara il flauto barocco da autodidatta. Consegue il diploma della Scuola per Artisti del Coro del Teatro Comunale di Bologna diretta dal maestro Fulvio Angius. Studia canto (da baritono) con il maestro Gianni Raimondi. Nel 1991 gli viene conferito il Diploma dell'Accademia Filarmonica di Bologna. Ha collaborato col gruppo corale-strumentale "Jacob Arcadelt" e con l'associazione corale "Euridice" in occasione dei festeggiamenti per il IX centenario dell'Università di Bologna. Ha fatto della Storia della Musica l'hobby preferito!