N. 3 - Anno XII - Maggio/Giugno 2007 Indice giornale

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LA VITE PLURICENTENARIA DI PIANORO E' UNA SPECIE "NUOVA"

 
Stefano Galli

A fine marzo si è tenuta a Verona la prestigiosa fiera internazionale enologica del Vinitaly che ha visto la presenza di migliaia di aziende produttrici di vino provenienti da tutta Italia e suddivise in stand regionali.  In questa occasione Alessandro Galletti del podere Riosto di Pianoro Nuova ha presentato le prime prove ufficiali di vinificazione ottenute con le uve derivate da innesti fatti dalla pianta ultracentenaria di località Terzanello di Sotto fotografata da Luigi Fantini negli anni '50 e della quale si è parlato parecchio in questi ultimi anni sulla stampa locale.  Durante questi anni si sono attivati il CRPV di Forlì e l'università di Bologna per catalogare e studiare geneticamente la pianta ed i risultati sono i seguenti: la pianta non è registrata in Italia, ovvero se fino allo scorso anno avevamo a disposizione solamente dati a livello regionale, ora sappiamo che è una varietà non conosciuta in tutto il territorio nazionale.  Tramite le analisi genetiche si è potuto verificare che è affine al negretto bolognese, bonamico toscano ed aleatico toscano, ma non uguale, per cui è specie a se.  Ora devono passare altri due anni di analisi ed il podere Riosto, con la partecipazione del Gal nella persona di Remo Rocca, la registrerà come nuova vite.  Per quanto riguarda il vino ne sono state presentate 3 versioni,  una dell'università di Bologna/Astra e due del podere Riosto fatti con metodi diversi.  Marco Simoni di Astra ha realizzato una microvinificazione standard mentre le vinificazioni del podere Riosto sono state fatte secondo la tecnica della macerazione carbonica e con la differenziazione dovuta ad un minimo aiuto tecnico per incrementare morbidezza e struttura.  La critica fatta durante la presentazione da Fabio Giavedoni esponente di Slow Food e del Gambero Rosso è stata rigorosa e veritiera.  In sostanza il vino è molto aromatico e profumato con notevoli aromi fruttati, di gusto gradevole, ma ha un grosso limite: manca di corpo.  Bisogna dire che le prove di quest'anno si sono fatte seguendo certi parametri e su piccoli quantitativi di prodotto; quando le 760 piante messe a dimora da Alessandro Galletti entreranno in produzione si avranno risultati migliorativi per quel che riguarda corpo e gradi con diverse soluzioni tecniche vinicole, resta comunque l'incredibile potenziale aromatico che lo rende un vino interessante.  Visto il grande vigore produttivo della pianta madre forse questa qualità di uva si è appunto estinta in quanto si produceva un vino in grosse quantità a bassa gradazione.  Paolo Brighenti del Resto del Carlino ha intervistato Silvano Dalmati, pensionato pianorese che abitava in un podere vicino alla vite prima della guerra e si ricorda che le sue uve venivano utilizzate per fare uvaggi ovvero tagli con altre uve proprio come si faceva con il negretto bolognese abbinandolo al barbera.  Confermando le analisi chimiche che ne vogliono una pianta non depositata in Italia anche Silvano non è stato in grado di dare un nome al tipo di uva e ricorda che prima della guerra si diceva che era simile al negretto, ma di negretto non si tratta, vi sono notevoli differenze morfologiche nei chicchi.  Concludendo, al di la della bontà del prodotto rimane il fascino di aver ridato vita ad una pianta che altrimenti sarebbe scomparsa e questo penso che per il nostro piccolo comune sia un pregio notevole nonché un servizio reso all'intera umanità in quanto una specie che scompare è un patrimonio irripetibile che irrimediabilmente va perduto per cui il suo valore va al di la di ogni parametro misurabile.  In questo gioco il podere Riosto ha contribuito notevolmente intuendo e scommettendo sulle potenzialità della vite.


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