N. 4 - Anno XII - Luglio/Agosto 2007 Indice giornale

Rubriche

TONINO SILVESTRI E MASON

I racconti di Angiolino

 
Umberto Fusini

Veniva da S. Ruffillo a Cà Grande, tutte le settimane (escluso d'estate che faceva la campagna con la famiglia) al sabato o rimaneva in villa fino al lunedì sera.  Poi tornava a piedi fino a S. Ruffillo, prendeva il tram e scendeva in via S. Stefano dove abitava ai numeri 99-101 in un palazzo di sua proprietà. Quel signore era Antonio Silvestri, padrone della Guzzardina, di Cà Grande e della fonda detta di Mason posta in fondo allo stradello di Pian di Macina condotta appunto dal contadino e ortolano Masôn. Il signor Tonino era persona molto bella: alto, robusto, sulla cinquantina, con viso perfetto e capelli nerissimi, portava i baffi all'Umberto, elegantissimo, portava al colletto duro e alto un nastro nero alla socialista, era veramente un gran signore, non parlava quasi mai e quando lo faceva, sempre in italiano e a cenni frequenti, ma il dialetto lo sapeva e lo parlava a volte benissimo. Volle un giorno fare un monumento in graniglia bianca e cemento al leone, re della foresta diceva Lui. Uno scultore amico lavorò per più di sei mesi, il leone era grandioso, fin troppo grande da vicino, forse più di due metri senza la coda, ma dalla strada nazionale (era posto in giardino) la scultura prendeva le sue giuste proporzioni ed era bello con quel grosso serpente che l'avvolgeva a due giri attorno al corpo; non so se oggi è ancora in piedi, credo di sì.  Quando fu terminato Silvestri diede una gran festa, il giardino illuminato da decine e decine di lampioncini di carta colorata e la villa piena di gente in "ghingheri".  Per tutta la notte un'orchestrina teneva allegra quei signori.  Ebbene, da quel giorno il signor Tonino smise di girare lungo i suoi poderi, s'accontentava di rimanere in villa a contemplare quel leone gigante.  Un sabato mattina il contadino Masôn si recò dal padrone e, con tanto di cappello in mano, gli chiese il mangime per la sua scrofa: -perché l'hai già finito quello che avevi- domandò lui, e Masôn: -ho perfino spolverato il sacco di farina gialla, raschiato il cassone della crusca aspettando che lei mi facesse portare la nuova scorta, ma se lei si è dimenticato, non si è dimenticata quella poverina di mangiare; ha fame "cla vera"-. Tonino allora rispose: verrò io dal mugnaio Gamberoni, vedrai che ti porterà l'occorrente-. Masôn fece notare che bisognava far presto: -se nò quella bestia la troveranno morta; sarebbe un gran danno per tutti e due poi, aspetta il nascere dei maialini, come farò non sò-. - Non pensarci più verrò io oggi stesso- fu la risposta. Masôn mezzo contento, salutò e tornò a casa, si recò dalla scrofa e le parlò come parlare ad una persona: Chera la mi vera, l'ha dét al padron che al vgnarà e tè aspeta a magner quand al vein lò, evet pazenzia come mé. I sgnouri ien fat acsé. Così anche per quel giorno la scrofa non mangiò, venne la sera ma Tonino non si vide nemmeno, il domani, domenica, il mulino era chiuso e la scrofa non mangiò.  Masôn non né poté più, andò in casa del mugnaio e gli disse come stavano le cose, il Gamberoni gli rispose: -quand al vostra padron al m'ha paghé l'ultma che avò purtè, mé a son pronti a purterven dletra; o i gobbi o gninta-. Masôn, quella notte si recò al porcile e diede, a piccoli pezzettini, il pane alla bestia che non si reggeva più in piedi e le diceva: - magnan ben poca alla volta, bisogna feren cont parché quast l'è l'ultum anch par mé, a nò piò gninta, gnanch dla farina bienca e al ramal l'è finé da un pez, però l'ha det al padron daveir pazienza e che al vgnarà lò-.  Il lunedì il signor Silvestri non venne in Pian di Macina e alla sera se ne tornò in città. Masôn disperato, andò a prestito dal contadino della Guzzardina per almeno un buon pasto, ma quando arrivò la scrofa era già morta e, attorno a lei, sei maialini grugnivano in cerca di latte che la madre non dava più. Masôn urlò, una grossa bestemmia gli sfuggi dalla bocca, poi toccò quel corpo ormai freddo e pianse di rabbia. Intanto arrivò un amico, i porcellini furono messi in una cassa da uva e il giorno che arrivò, tre furono portati alla Guzzardina, gli altri tre li comperò mia madre che poi furono allevati col ciuccetto. La "vera" dietro ordine del veterinario "barbetta", fu seppellita, il signor Tonino quando imparò la disgrazia disse soltanto: Povera bestia, non ha saputo aspettare.  Masôn piantò baracca e burattini e se ne andò ad abitare a S. Moré vicino a un sarto che poi, un giorno, chiamato per fare un vestito ad un ragazzo, lo vide sull'albero di ciliegie e disse ai suoi: Va bén, aiò beli tôlt la misura, sabet vgni a tur al vstieri.


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