N. 1 - Anno XIII - Gennaio/Febbraio 2008 Indice giornale

Rubriche

I RACCONTI DI ANGIOLINO

"Lambech" i mirandèl

 
Umberto Fusini

Erano giorni faticosi per il secentista Sisto Stefani, detto "Lambech", quando stava pulendo il biancospino. Una vera catasta di bei semi da snocciolare era ammassata ad un pilone del ponte. Già da una settimana, col figlio Edoardo detto "Duardon", lavoravano sotto la prima arcata del ponte. Di sei puliti ve n'era già una decina di sacchetti, forse cinque quintali. Il lavoro proseguiva a ritmo frenetico, e tanti ragazzi stavano a guardare. Con forti colpi di un grosso bastone che, come un maglio, schiacciava la polpa ottenendo un pastone che, messo in un setaccio all'acqua corrente, lasciava il solo seme bello e pulito. Mai una pausa, mai un riposo per ore; perché una data fissa era prevista per la consegna. Anche le figlie davano il loro aiuto, ben sapendo che a consegna avvenuta la paga sarebbe stata molto allettante. Ma quell'autunno era tanto piovoso che la pioggia durò due giorni e due notti. Pioveva talmente forte da sembrare un mezzo diluvio.tanto piovve che il torrente Savena, già grosso, ricevette un'enorme ondata di piena verso le undici di notte. La sponda del fiume, ove Lambech aveva depositato il biancospino, cominciò a crollare e scomparve in un quarto d'ora. L'acqua alta arrivò alle sementi, Sisto con i figli poté salvare appena in tempo gli attrezzi. Tutto andò perduto; ne seguirono pianti e imprecazioni, mentre l'acqua saliva ancora nella notte. Si diceva che solo la piena del 1896 fu maggiore di questa. L'acqua entrò nei campi della Baschiera e giù nei campi di Malmusi, allagò Pian di Macina e rientrò nel suo alveo alla fornace. Quel fatto rimase nella mente di tanti paesani, specie di quelli che abitavano al piano terreno che dovettero faticare, non poco, per pulire suppellettili e pavimenti. L'unica persona rimasta silenziosa e calma fu proprio Lambech e questo fatto venne ricordato, perché il danno da lui subito fu veramente grosso. Quel silenzio impavido durò per molti giorni ancora, dimostrando quanta forza di volontà aveva quell'omarello dei bruschini. Voglio ricordare un altro episodio di vita vissuta da questo imprevedibile personaggio piandimacinese. Molto tempo più avanti, quando il macellaio del paese era un certo Francesco Cocchi, al quale un contadino portò una damigiana di vino. Fu posta in un angolo della bottega e lasciata lì per tutta la notte. Come fu, come non fu,dalla damigiana uscì un rivolo di vino,fece una pozza in bottega, poi defluì giù per quei due gradini formando un'altra pozza fuori, nella piazza. Il suo profumo giunse a Sisto, che di buon'ora stava venendo in piazza per venirsi a bere il suo grappino. Si fermò due volte, mettendo il naso all'insù come un cane da tartufo, annusava quel buon odorino. "Cuss'aiel stamattina in piaza, una canteina col fnestar averti? Quest lé udour ed vein bòn" , si disse Sisto, e quando fu davanti alla macelleria vide questa pozzanghera scura ed esclamò "par set murt in pi! Mo quest l'è véin!", Lambech si chinò cercò dove ce n'era di più. S'inginocchio e comincio a bere come un cavallo assetato. Era ancora lì a bere quando arrivò Cocchi per aprire bottega e vide l'uomo a terra. Credendo fosse successo una disgrazia, sollevò da terra Sisto; questi gli disse subito "Lassam ben que dl'etar, tant an'um costa gninta sta bona barbera!". Solo allora il macellaio capì cosa era avvenuto e controllò subito la damigiana e vide che era incrinata. Evidentemente era stata posata a terra con poca cura provocando la fessura, da questa tutta la barbera se ne andò. Sisto si chinò ancora e disse a Cocchi "un'etar surciot e po' a vag in cà, c'al vein qué al ma fat arsparmier al grapen",  bevve ancora, poi si alzò e disse al macellaio "grazia tant, l'è mo propi bona" e si voltò verso il ponte, ma fatti venti passi incontrò l'Ersilia, sua figlia maggiore, che domandò: "Vet in cà?" non ebbe però finito quella brevissima domanda, che vistolo meglio l'apostrofò "ben! Sti beli imbariegh?".  "No! No! Però se in la spazzan via cla pozza, a la ciap da bon na bela ciocca!" rispose Lambech. "Ven ben in cà con mé, dop t'am cont la fola dla pozza" gli disse la figlia irata, accompagnandolo a casa.

 

 

IL  PERCHE'  DEI  RACCONTI  DI  ANGIOLINO

di Umberto Fusini

 

 

Credo che sarebbe bene chiarire (ad alcuni) del perché di questi racconti di Angiolino. Il fatto che siano scritti in modo molto semplice e spesso anche discutibili dal punto di vista grammaticale, potrebbe indurre, credo la maggior parte dei lettori, a domandarsi del perché di tale scelta. Quindi pochi capirebbero dove sono nati i personaggi e dove sono state vissute queste storie. Invece il sapere che questi personaggi erano all'epoca, quelli che oggi chiameremmo, i Vip, le persone più in vista di quegli anni. Anni lontani ma poi non troppo, la miseria che allora c'era, è inimmaginabile per chi ha meno di cinquant'anni, ammesso che leggano queste storie, potrebbero pensare che lo spazio coperto da "Angiolino" si potrebbe utilizzare in modo migliore. Ma se pensiamo che quando ad esempio "Lambech" perse, per colpa della piena del Savena, la polpa dei mirandoli, che sarebbe il risultato dato dalla lavorazione del frutto del biancospino, beh… insomma e se poi ci aggiungiamo che negli Stai Uniti già c'erano i grattacieli e la maggior parte degli italiani erano ancora in baracche… Tutto questo per dire che un personaggio che definiremmo cronista di quell'epoca, che lui stava vivendo, in mezzo a tanta miseria riusciva a ricordare e a scrivere è sicuramente qualcosa di eccezionale. Riscrivere i suoi testi per L'Idea, spesso mentre cerco di trovare i tasti giusti, perché scrivere il dialetto bolognese non è facile e poi il dialetto bolognese usato da Angiolino era quello di Pian di Macina che è tutto dire, mi fa rivivere e mi emoziona di frequente, sono i luoghi dove anche io ho vissuto e spesso come in questo racconto, vi sono uomini che ho potuto conoscere e avuto il piacere di condividere parte della loro vita. Era un mondo di grande miseria, dove da ricordare di bello c'era poco, ma a distanza di tempo, ripensandoci, oggi non abbiamo la miseria propria della fame, pensate a Lambech che per fare quattro soldi lavorava con grande impiego di energia e giornate un qualche cosa che oggi viene mangiato a malapena dai merli e dai tordi quando arrivano, insomma abbiamo la pancia piena e quasi niente da ricordare. Angiolino non era un grande scrittore, ma aveva grandi cose da dire, quindi per questo, i suoi ricordi io li riporto come lui li ha messi.


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