| N. 2 - Anno XIII - Marzo/Aprile 2008 | Indice giornale |
Cultura |
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SANT'ANTONIO E LA CULTURA CONTADINA |
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Piergiovanni Pierantozzi |
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A suo agio, nell'ultima casa-museo contadina, esce ridente l'immagine dell'uomo originario, che tiene i fili con i fatti anche angoscianti della natura, pronto a modificarli, se necessario, con la forza della magia. Abbiamo perso quel mondo e ne cerchiamo le tracce, come Serlock Holmes tentiamo con l'amico Adriano Simoncini di ritrovarle per scoprire un poco chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. Domenica 20 gennaio, giornata nazionale porte aperte alle tradizioni italiane, è l'occasione a cui ci invita Adriano nel Museo di Arti e Mestieri di Pianoro per parlare di sant'Antonio abate e degli intrecci che ci sono stati con questa figura protettiva nelle campagne fino a tempi recenti. Il santo, nato in Egitto nel terzo secolo dopo Cristo, è noto per le scelte radicali che fece, andando a vivere solo nel deserto, affrontando fame e stenti, ma anche il demonio e le tentazioni che sotto forma di diversi animali lo perseguitavano, divenute famose per mano di pittori celebri che le hanno immaginate e dipinte. In seguito divenne maestro e guida di discepoli fondando una comunità monastica. Così riassunta questa storia non rappresenta quella che invece fu la grande influenza che questa figura ebbe nel mondo contadino ricercata nel potere di mediazione che i santi hanno con Dio per aiutare gli uomini. Lui in particolare li avrebbe aiutati a difenderli dalla malattia (fuoco di sant'Antonio) ed a proteggere gli animali domestici. Spesso si riteneva che la malattia dell'uomo e soprattutto degli animali fosse causata dal malocchio, una forma di energia negativa e malevola sprigionata dall'invidia o dalla cattiveria. Il malocchio poteva colpire sia le persone sia le bestie con effetti devastanti. C'erano anche portatori inconsapevoli di questa peste, in buona fede, ma se riconosciuti tali, venivano tenuti a distanza e guardati con sospetto dalla comunità. Guai a loro! C'erano per fortuna persone che erano capaci di allontanare il malocchio: con rituali, pozioni, toccamenti e magie, riuscivano a guarire bestie e persone. Adriano ci racconta che il padre del mugnaio del molino del Pirotto, di sua conoscenza, aveva questi poteri, così almeno credevano tutti. C'era gente che veniva da molto lontano, perfino da Pietramala per farsi guarire. Si racconta che un asino azzoppato riuscì a guarire così: la zolla di terra calpestata dal piede ammalato era stata sollevata e rovesciata con le radici dell'erba all'insù, verso il cielo. Dopo tre giorni e dopo appositi rituali e preghiere l'animale guarì. Nel mondo contadino gli animali domestici, in particolare il bue ed il maiale, erano risorse primarie di grande importanza, da loro dipendeva la qualità della vita. È quindi naturale che su di essi ci siano pervenuti detti, proverbi, zirudelle. Tanti ancora oggi ripetuti: <<Per aver fortuna bisogna esser vacca ed aver una buona luna>>. Da questi detti ci pervengono i messaggi del passato che, assieme ai luoghi, agli attrezzi, alle tradizioni ed ai dialetti, costituiscono il patrimonio della cultura contadina da cui deriviamo. Simoncini fa anche dei confronti con quanto è stato scritto da autori romani e con rituali precedenti a quelli della tradizione cristiana. Nelle feste pagane c'era la danza ed il corpo lì si liberava, si esprimeva. Con la tradizione cristiana quest'aspetto è stato ostacolato. Il mio parere sulle radici contadine è che esse sono la base della nostra identità e quindi è indispensabile tenerle vive, ma da esse è necessario allontanarsi per ritrovare l'individualità, la capacità di giudizio e l'autonomia personale, negata da quella cultura, delegata al signore ed al padrone.