| N. 4 - Anno XIII - Luglio/Agosto 2008 | Indice giornale |
Cultura |
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I RICORDI DI UN PIANORESE |
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(1^ Parte) |
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L'assegnazione della medaglia d'oro al Comune di Pianoro per "meriti civili" rappresenta un riconoscimento ad una comunità che, impegnata contro la dittatura fascista, dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale, ha saputo rinascere dalle macerie e raggiungere un elevato sviluppo sociale ed economico. Sulla rinascita della comunità pianorese si è scritto molto, tuttavia ritengo che gli anni della ricostruzione (1945-1950) abbiano bisogno di essere maggiormente conosciuti dai nostri cittadini ed in particolar modo dalle nuove generazioni. A questo scopo, prendendo spunto dal conferimento della medaglia d'oro al Comune di Pianoro, vorrei portare la mia testimonianza su quegli anni, anche per fare meglio comprendere, a chi non li ha vissuti, il contesto nel quale è maturata l'assegnazione di quell'onorificenza. Pianoro uscì dalla 2° guerra mondiale completamente distrutta e la sua popolazione, tutta sfollata nei centri profughi bolognesi o toscani, solo dopo la Liberazione cominciò a rientrare, attestandosi, in prevalenza, nelle zone confinanti con Bologna (Rastignano). Nell'agosto del 1945, al mio rientro dalla Germania, dove ero stato deportato dall'8 settembre 1943, trovai la mia famiglia sistemata, con un'altra decina di nuclei famigliari, tra le macerie del "Palazzaccio". Già a quel tempo, nonostante le distruzioni subite, l'Amministrazione Comunale aveva ricominciato a funzionare. Il Comune aveva trovato una sistemazione in un caseggiato in località Pero ed il Comitato provinciale di Liberazione aveva nominato un Sindaco ed un Vice Sindaco rispettivamente nelle persone del sig. Colombo (esponente del partito Repubblicano) e del sig. Medardo Negrini (del PCI). Con il trascorrere dei mesi aumentava il rientro dei Pianoresi sfollati e, di conseguenza, crescevano anche le difficoltà a trovare una sistemazione dignitosa e un'occupazione. I problemi della casa e del lavoro cominciarono ad essere affrontati dai partiti, in particolare dal PCI e dal PSI. Nel 1946 il Sindaco nominò la Commissione E.C.A. ( Ente Comunale d'Assistenza) che, nella sua prima seduta, mi elesse Presidente. Della medesima faceva parte anche Don Giorgio, Parroco di Rastignano. I compiti dell'E.C.A. erano quelli d'aiutare le famiglie più bisognose, incarico assai arduo, giacché in quel periodo, parlare di famiglie non povere era assai difficile. Tra l'altro, portammo gli aiuti attraverso i pacchi U.N.R.A. e posso affermare che, nonostante le difficoltà, quella con l'E.C.A. fu un'esperienza positiva. Nello stesso tempo m'impegnai sempre più nell'attività del P.C.I. locale. Il dibattito tra le varie forze politiche s'incentrò sul dove ricostruire il Comune, poiché Pianoro era stata totalmente rasa al suolo. C'era da decidere se ricostruire sulle macerie o in aree completamente nuove. Confesso che nelle discussioni iniziali il desiderio, specie nei compagni più anziani, di delocalizzare il nuovo insediamento fu molto forte, spinti dalla voglia di "punire" il vecchio luogo, in quanto località dove era stato esercitato il potere fascista. Alla fine, con uno sguardo al futuro, prevalse l'idea che fosse più conveniente ricostruire a valle del vecchio Comune, in un'area che potesse offrire maggiori spazi d'insediamento e migliori opportunità di sviluppo. Devo ammettere che il Sindaco Colombo ed i tecnici ebbero un ruolo determinante in questa scelta.
Nella primavera del 1946 ci furono le prime elezioni comunali e per la prima volta votarono anche le donne. Sindaco di Pianoro fu eletto il compagno Aldo Soldati. I componenti del gruppo dirigente dei Socialcomunisti, subito dopo le elezioni, abitavano tutti a Rastignano: i fratelli Benni, Medardo Negrini, Diana Sabbi, Aldo Soldati (rientrato da Bologna solamente nel 1946). Anche Silvio Mucini risiedeva nella zona di Montecalvo. L'unico non dimorante a Rastignano era il compagno Alberto Lenzini. Con il rientro massiccio dai campi profughi s'accostarono all'attività politica decine di persone su tutto il territorio, da Ferretti a Franzoni e Sacchetti, da mio zio Gino a Zuffi e tanti altri di cui ora non ricordo i nomi ed ai quali chiedo venia.
(Prosegue nel prossimo numero).
Prode Mazzoli