N. 4 - Anno XIII - Luglio/Agosto 2008 Indice giornale

Rubriche

I Racconti di Angiolino

Fortunato al zio d'mi Pedar

 
Umberto Fusini

Su documenti di 300 anni fa, sta scritto che l'abbazia di S. Bartolomeo di Musiano fu costruita nel 981 e che fu poi ampliata verso il 1475 rifacendo la parte del coro, costruendo un porticato nel cortile, intorno al pozzo, esclusa la parte chiesa e campanile.  Ancora si scrive che nell'anno 1307 in Pian di Macina vi era da tempo un convento abitato dai frati Capuccini neri, che sotto il papato ne combinarono tante e tante (e per molti anni), da costringere il Papa stesso a seminarli in molti conventi delle sue province.  Nel 1493 il convento fu poi dato ai frati di S. Stefano che lo ressero fino alla venuta di Napoleone, il quale confiscò tutte le terre e i beni del Vaticano nell'anno 1797; in seguito venne messo in vendita. Sin da quel tempo la famiglia Fabbri, il nostro ramo, abitò in quel luogo.  Nonni e bisnonni nacquero nel fu convento e dai nonni ai nipoti fu sempre tramandato il nome di Sante, un nome che ancora oggi (nel 1991) esiste a Bologna. I componenti la mia vecchia famiglia di ben undici fratelli dopo la disastrosa seconda guerra mondiale che rase al suolo la nostra casa si sparsero ovunque era possibile. Dell'ancor più veccia famiglia il nonno di mio padre aveva 4 figli: Maria, Gaetano, Antonio e Fortunato. Di questi parenti non so nulla, ma di Fortunato, il papà mi raccontò che era sarto, ma che non lavorava mai, che aveva un carattere da far paura anche al diavolo, ignorante, prepotente, gran bevitore di liquori, quasi sempre ubriaco, insomma, era un mezzo demonio. Quando imparò che i campanari non suonavano più perché al nuovo prete dava fastidio, cosa incredibile, Fortunato ne volle fare una delle sue.  Era autunno inoltrato quando andò alla chiesa ed al campanile che trovò chiuso a chiave e si domandò, "Ma questo prete è proprio matto? Pruibir ed suner al campen, l'è come aveir la cisa zopa! Adesso sentirà chi l'è Fortunon al sert". Vide ai lati della porta di sagrestia un grosso vaso di oleandro e pensò: "Il sagrestano non l'ha ancora portato dentro perché troppo pesante, par tur la cev bisegna purter quel, porterò io dentro quel vaso, al sicur dal fràd".  Chiamò il sagrestano dicendogli: "Aiò da purter dentar c'al ves là, dèm ben la cev". Questo quasi incredulo rispose: "Bèn Fortunon, propi a vò al prit l'à det achsé?" E lui: "Sissignori, propri a me parché vò a si vèc e an'glia fé piò".  Brontolando il vecchio entrò in casa, prese la chiave, e giunto innanzi a Fortunato ripeté: "A'v l'à dét propi lò?" "Mose àv dégh", rispose Fortunato che tolse la chiave da quella mano, aprì, andò al vaso veramente pesante e lo depositò dentro. Ma invece di uscire chiuse la porta dall'interno, poi s'attaccò alle quattro corde delle campane e le suonò tirando all'impazzata, cosa da non credere, ma forte e svelto com'era ci riuscì.  Il pretino che si era coricato per il solito pisolino, udendo questo scampanio disordinato, corse in fretta al campanile trovò il sagrestano piangente che si faceva continuamente il segno della croce, quando il parroco domandò: "Ma che succede? Ma chi è quel pazzo?" Gli fu risposto: "Ma l'è Fortunòn, che al m'à dèt che lò…" "Non ho parlato con nessuno, né tanto meno con quell'ubriacone di Fortunato e se non la smette lo denuncio al cardinale".  Il prete andò furente alla porta e chiamava, chiamava ad alta voce, ma il maldestro campanaro non l'ascoltò nemmeno e suonò ancora a lungo, tanto da far credere che era proprio scoppiato un incendio in qualche casa.  Poi smise di suonare e aprì, subito parecchie persone accorsero, l'immobilizzarono, ma si liberò di loro, e disse: "I doppi ìan sempar suné e ìan da sunér ancòura". Quasi fu arrestato, ma il prete non volle perché doveva pentirsi da solo, anche se per 15 volte disse di no.  Il Pretino se la prese tanto che anziché scomunicarlo ruppe il divieto e le 4 campane insieme i poterono di nuovo suonare a distesa. Fortunato l'ebbe vinta e per dimostrare che il sacerdote era di due padroni la prima domenica all'ora di messa si presentò nel piazzale con una berretta gialla e un fiocco celeste in testa, una giacca metà bianca e metà nera e così anche i pantaloni, ai piedi aveva una scarpa sola e per finire si era tagliato mezzo baffo. Per tutto il tempo di messa restò immobile e serio sulla gradinata, quando uscirono di messa e nessuno era più in chiesa, non badando ai lazzi della gente se ne tornò a casa. Un giorno un paesano gli portò la stoffa per fare un paio di braghe al suo figliolo, Fortunato volle essere pagato prima, spese i soldi e le braghe non le fece mai e guai a quel papà che reclamava indietro la stoffa, nessuno lo persuadeva, mostrava i pugni e spalancava gli occhi, era fatto così, ma non era matto.  Bestemmiava per dieci per un nonnulla, era alto forte, capace di avere per cicca mezzo toscano e l'altro lo fumava, ma non contento annusava macuba di continuo. Quando s'ammalò non volle né dottore né prete dicendo: "Am sòn amalé da par mé e da par mé  a voi guarir ".  Non fu così, dopo tre giorni morì invocando la morte e l'inferno. Ci fu poi il suo funerale, quello non ho parole per descriverlo, ma ci proverò. Per tutto il giorno nessun paesano venne a vedere il morto poi verso le tre di pomeriggio arrivò il prete, un chierico e quattro portantini.  Il tempo dopo un giorno di forte vento si mise al peggio da ovest (chiamato dai paesani "al bus dla Iachma"); una gran nube nera come l'inchiostro veniva veloce verso il paese, in fretta e furia il morto fu portato via, ma lungo la strada per la chiesa d'improvviso una tempesta talmente grossa cadde dal cielo e d'un colpo quei pochi candelotti accesi che reggevano i parenti si spensero, si frantumavano ogni qualvolta un chicco di grandine li colpiva, lampi accecanti, tuoni e fulmini tremendi a non finire.  Si vide una saetta cadere sul campanile, si seppe poi che aveva lesionato una grossa trave. Urla e pianti si udivano per i colpi in testa e sulle spalle, la portantina fu messa a terra e chi di qua e chi di là si cercava rifugio, poi la pioggia e il vento iniziarono a crescere d'intensità e venne un buio pesto e freddo, quello non era un temporale, era un diluvio scatenato, un vero uragano. Quei poveretti bagnati come pulcini cadevano, si rialzavano e tornavano a cadere sanguinanti per la grandine, i cui chicchi erano grossi come uova di gallina. La bara cadde dalla portantina e finì nel fossato, il panno nero crociato che l'avvolgeva volò chissà dove, il prete allora disse con quanto fiato aveva in corpo: "Non fuggite stringiamoci insieme e andiamo alla chiesina del cimitero". Fu una vera fortuna quando arrivarono al riparo, si udì un forte boato poi arrivò una tromba d'aria che rovesciò i cipressi a lato e si vedevano gli alberi della strada abbattuti e portati via dal vento. La campana piccola fece udire dei rintocchi, ma nessuno vi era a tirare la corda; pareva la fine del mondo. Si vedeva il fossato colmo d'acqua, insomma, era una vera catastrofe, il prete cominciò una preghiera ma non la finì perché piangeva come un bambino. Dopo poco anche nella chiesina pioveva come fuori, la grandine aveva frantumato tutte le tegole del coperto e lasciava passare l'acqua. D'un tratto un gran silenzio, tutto passò, ma la paura si leggeva sulla faccia di quella gente. Uscirono e rimasero allibiti, devastazione tutt'intorno, qualcuno si fece il segno della croce, il prete disse loro: "Non possiamo lasciare quel morto, portiamolo qui".  Essendo la cassa finita nel fosso si era riempita d'acqua; finalmente fu portata nella sua fossa, ma vi era tant'acqua che i quattro portantini si guardarono negli occhi come dire: "Che facciamo?"  Il prete subito disse: "Mitil pur zò listas, al sé tant lavé par deinter in vèta so, che adès as pol lavers anch par d'fora".


Inizio Sommario