| N. 2 - Anno XIV - Marzo/Aprile 2009 | Indice giornale |
Cultura |
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COME LAMBERTINI SALVO' I PIANORESI |
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Mario Fanti - sovrintendente onorario all'archivio generale arcivescovile |
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Una particolare sollecitudine del Lambertini era quella di adoperarsi per appianare le liti, non solo quelle fra gli ecclesiastici; ciò rientrava nella missione del vescovo ma rispondeva anche ad una naturale inclinazione conciliativa del suo animo, alla sua mentalità dottorale e giuridica e all'esperienza che aveva maturato nei molteplici e delicati uffici della curia romana. Non sempre, tuttavia, l'intervento personale dell'arcivescovo sortiva l'effetto desiderato da lui e da quanti riconoscevano la saggezza e la rettitudine di giudizio del Lambertini: così fallì il suo tentativo di risolvere una lunghissima lite che opponeva il senatore Marc'Antonio Ranuzzi, titolare della contea della Porretta, al Senato bolognese, circa la delimitazione dei confini della contea medesima. In quell'occasione furono le popolazioni locali ad opporsi al tentativo di un accordo che avrebbe leso interessi concreti legati al contrabbando con la Toscana, trovando un appoggio addirittura nel Legato di Bologna. Ben diverso risultato ebbe invece l'intervento del Lambertini allorché riuscì a convincere il generale spagnolo duca di Montemar a non compiere una rappresaglia militare sul paese di Pianoro, posto nell'Appennino bolognese a pochi chilometri dalla città. Ciò avvenne nel 1735, quando il territorio bolognese era percorso ora dalle armate austriache, ora da quelle spagnole che si affrontavano, ed alle quali il governo pontificio non aveva la forza né la volontà di opporsi. Per evitare saccheggi e devastazioni delle campagne il Senato doveva provvedere alla fornitura di viveri, alloggi e biade per gli eserciti stranieri, con gravi danni per la finanza pubblica, dato che quasi sempre le corti di Vienna e di Madrid si "dimenticavano" di pagare quanto era stato somministrato alle loro truppe. Al passaggio delle truppe iberiche, nel maggio 1735, gli abitanti di Pianoro, stanchi delle prepotenze dei militari, si sollevarono riducendo alcuni di loro a malpartito; per evitare la minacciata rappresaglia, il Senato chiese l'intervento dell'arcivescovo Lambertini il quale scrisse al duca di Montemar una nobile lettera in cui lo supplicava di rinunciare ad un gesto così ingiusto e inumano. Essa ottenne l'effetto sperato e Pianoro e la sua gente furono salvi, evitando così un fatto che sarebbe stato un precedente di quanto avvenuto nel 1944 con la strage di Marzabotto (anche se questa è stata infinite volte più efferata e più sanguinosa di quanto aveva intenzione di fare il generale spagnolo). L'episodio è assai noto perché Alfredo Testoni lo fece rientrare nella sceneggiatura della sua famosa commedia «Il cardinale Lambertini», dove però l'intervento dell'arcivescovo nei confronti del generale risulta essere stato un intervento verbale, un faccia a faccia. In realtà il rapporto tra i due fu soltanto epistolare, ma si svolse con rapidità eccezionale poiché nello stesso giorno (21 maggio 1735) il Lambertini scrisse al Montemar e questi rispose immediatamente assicurando l'arcivescovo di aver accolto la sua intercessione. Considerando il personaggio a cui era diretta e le circostanze, la lettera del Lambertini è un piccolo capolavoro di abilità e di penetrazione psicologica; la garbata ma aperta difesa dell'operato del Senato si accompagna a un duplice riferimento storico in grado di fare maggior presa sull'animo del Montemar, sia come generale che come nobile spagnolo. Come poteva il generale negare quella clemenza che era stata propria di famosissimi condottieri? E come poteva restare insensibile a ciò che gli veniva chiesto evocando la memoria del suo celebre antenato, il cardinale Albornoz? Inoltre il cardinale gli faceva bellamente notare di poter vantare qualche credito e qualche relazione a Madrid in virtù delle cariche ricoperte a Roma, e nel contempo umilmente, nella sua veste di pastore della Chiesa bolognese, faceva appello alla clemenza e alla nobiltà d'animo del generale. Cosicché la risposta di questi corrispose in pieno alle aspettative dell'arcivescovo e la popolazione di Pianoro fu salva. Si trattò di un episodio altamente onorevole per l'arcivescovo e che la cittadinanza bolognese apprezzò, avvertendo che dal proprio pastore poteva aspettarsi, in caso di necessità, anche quel ruolo di defensor civitatis che la tradizione bolognese aveva incarnato nella figura del patrono cittadino San Petronio.