| N. 4 - Anno XIV - Luglio/Agosto 2009 | Indice giornale |
Attualità |
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PIANORO-MOSCA-VLADIVOSTOK |
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dall'Adriatico al mar del Giappone in moto |
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Un viaggio attraverso tutta la Siberia da Mosca a Vladivostok sul mar del Giappone, assieme alla mia compagna Rita lo avevamo in progetto da molto tempo. Purtroppo fino a pochissimi anni or sono, l'unica pista esistente nell'estremo oriente russo, era ancora per oltre 1.000 chilometri, assolutamente impraticabile con una moto. Si tratta di una regione paludosa, percorsa da fiumi e torrenti difficilmente guadabili, alcuni profondi anche molto più di un metro e con una corrente inaffrontabile. Qualche anno fa persino Ewan McGregor (Obi Wan Kenobi di guerre stellari) assieme a un amico su due grosse BMW, pur supportati da un team di assistenza in stile hollywoodiano al seguito su due pick-up, dovettero caricare moto e bagagli sul treno transiberiano e accontentarsi di vedere quel tratto, dai finestrini di un vagone ferroviario. Tuttavia negli ultimissimi anni, il governo di Mosca ha iniziato un imponente lavoro per il completamento della strada transiberiana, costruendo ponti ed eliminando tutti i guadi. Anche se nel famigerato tratto tra Cita e Habarovsk si trovano ancora 1.400 chilometri di pista sterrata e fangosa, dalle ultime informazioni captate su internet, il tragitto risultava interamente praticabile. Forse il momento era arrivato e, potendo sfruttare un periodo di ferie particolarmente lungo, abbiamo deciso di tentare. La mattina della partenza, guardando la moto nella sua apparente fragilità e riflettendo su quello che ci aspettava, non mi davo più di una possibilità su quattro di arrivare sulle mie ruote a Vladivostok. Inutile e tardi per ripensarci. Bagagli pronti e documenti alla mano, chiudiamo casa, chiudiamo il garage, montiamo in sella e ci lasciamo Livergnano alle spalle. Possiamo anche contare sulle informazioni che ci trasmette Cristian, un ragazzone reggiano partito qualche giorno prima e che ci fa da battistrada: si trova già in Russia e sta galoppando verso la stessa nostra meta. In meno di una settimana eravamo a Mosca (3.000 chilometri da Pianoro) senza grossi problemi e prontissimi ad andare oltre. Solo due cose mi toglievano il sonno: i 3.000 chilometri macinati fino a lì sembravano un bel po' di strada già fatta, ma guardandoli sulle nostre carte stradali, pareva che il viaggio dovesse ancora partire! Poi il traffico: noi italiani non siamo certo considerati degli automobilisti modello, ma tentare di sopravvivere nel traffico russo è quasi una roulette... russa, appunto! Gironzoliamo in moto sulle rive della Moskowa. La metropoli russa e i suoi monumenti più affascinanti ed evocativi, sono assediati dai moderni simboli di una irreversibile occidentalizzazione come alberghi ultra lussuosi e costosi, centri commerciali, fast food, banche e casinò, spuntati ovunque. Brutte notizie da Cristian: è fermo a Ekaterinburg con un problema alla moto. Forse lo raggiungeremo. Appena il tempo di festeggiare il mio cinquantesimo compleanno e lasciamo la capitale, per andare alla conquista dei monti Urali. Non si tratta che di una catena di basse colline dalla fisionomia appenninica a dividere convenzionalmente l'Europa dall'Asia, tuttavia, complice l'abbassamento della temperatura che di sera si fa pungente, abbiamo la netta sensazione di essere già in Siberia: la Terra che Dorme, come la chiamano appropriatamente i russi. Nessuna notizia di Cristian da due giorni, poi appena entrati a Ekaterinburg dove pensavamo di incontrarlo riceviamo un suo messaggio: "Atterrato a Malpensa, moto abbandonata, in bocca al lupo". La cosa ci mette di cattivo umore ma non ci lasciamo scoraggiare. Riusciamo a reperire, non senza difficoltà, un pneumatico di scorta e visitiamo il sito dove i bolscevichi sterminarono la famiglia Romanov e lo Zar Nikola II°. La rivoluzione d'ottobre era iniziata da pochissimo e, forse il compimento di quell'inutile eccidio, la condannò a un inevitabile fallimento morale, prima che materiale. Per altri dieci giorni siamo immersi nella piatta e sconfinata tundra siberiana. Saltiamo un fuso orario dopo l'altro, spostando in avanti di un'ora le lancette ogni due - tre giorni. Il fondo stradale è ovunque scivoloso, deteriorato e sconquassato, composto da chiazze d'asfalto buttate sui rappezzi dei rappezzi. Strada facendo il clima si fa sempre più capriccioso, quando non infame, ed è sempre più difficile trovare alberghi e motel fuori dalle poche grandi città come Omsk, Novosibirsk e Krasnoyarsk. La pianura termina poco prima di Irkutsk, (8.500 chilometri da Pianoro) dove le propaggini settentrionali dei monti Altaj ci accompagnano sulle rive del Lago Baikal. Contornato di foreste selvagge, è uno dei laghi più grandi, e il più profondo della Terra. Eppure è sufficiente un solo grande ed obsoleto impianto industriale, una segheria, a minacciare l'equilibrio del suo delicato ecosistema. Siamo attorno al 20 agosto ma, mentre quella che cade al livello del lago è solo una fredda pioggia autunnale, le cime delle montagne che lo circondano sono già spruzzate di neve fresca e di mattina la temperatura non sale oltre i 4-5 gradi. Rita avendo terminato il suo periodo di ferie deve rientrare come previsto in Italia. Ci salutiamo in aeroporto e riparto da solo, per affrontare l'ultima parte del viaggio. Attraverso le steppe nella repubblica dei Buriati tra ordinatissimi villaggi di casette in legno, volti dalle fisionomie spiccatamente asiatiche e il calore di persone sorridenti, curiose e cordiali che, in Russia non avevo ancora incontrato. Sotto la pioggia battente, che oramai mi accompagna almeno per qualche ora tutti giorni, mi lascio alle spalle anche Ulan Ude e Cita, inoltrandomi sulla pista sterrata lungo una rotta che lambisce i confini della Mongolia prima, e della Cina poi. Come previsto è il tratto più impegnativo di tutto il viaggio e per i primi 600 chilometri, buche, sassi, fango e il peso di tutto il bagaglio che mi porto appresso, rendono la marcia lenta e a rischio di cadute e rotture per la moto (me la caverò fortunosamente con una sola banalissima foratura). Una sera devo anche bivaccare in tenda nella foresta, non avendo incontrato centri abitati né tanto meno alberghi. Orsi e tigri siberiane? Noooo, credo che quelli oramai si vedano solo nei documentari! Sulla pista il traffico è quasi nullo ed è composto essenzialmente da gruppetti di auto usate provenienti dal Giappone che commercianti e persone non troppo facoltose vanno a comprare a prezzi di saldo a Vladivostok. I rari motociclisti locali, con improvvisati caschetti in cuoio da carrista, cavalcano sgangherati sidecar tenuti insieme col filo di ferro. Mi guardano increduli coperto di fango con la mia strana moto, per loro sconosciuto concentrato di potenza ed aliena tecnologia. L'unico altro motociclista occidentale che incontro è George, un giovane californiano che sta facendo il giro del mondo. Di altri viaggiatori nemmeno l'ombra. A Skovorodino, dove in mancanza di un garage mi fanno parcheggiare la moto nella hall dell'albergo, faccio idealmente l'ultimo giro di boa: ricompare qualche breve tratto di asfalto e la relativa vicinanza dell'oceano Pacifico ed il cambio di rotta verso sud mi riportano a temperature più familiari. Nella elegante Habarovsk ritrovo definitivamente l'asfalto, un hotel confortevole e mi accorgo che manca solo un giorno (750 chilometri) a Vladivostok. Piove dalla mattina al pomeriggio inoltrato e solo verso sera spunta qualche raggio di sole. Mi fermo per una foto ricordo davanti al cippo che segnala Vladivostok. Guardo il contachilometri: oltre 14.000 dalla partenza, un'ora alla volta ho accumulato nove fusi orari da Pianoro. Parcheggio in centro, davanti ad un famoso ristorante italiano con vista sul mar del Giappone dove ritrovo il gusto quasi dimenticato della pasta asciutta. Un motociclista incontrato per strada insiste per farmi dormire a casa sua e nei giorni seguenti, assieme ad altri due bikers tedeschi arrivati qualche giorno prima, sarò ospite delle "Tigri di Ferro": un organizzatissimo moto club locale. Quando a Vladivostok arriva in moto un qualche "svitato" dall'ovest, dopo essere sopravvissuto alla traversata della Siberia, i suoi "simili" come minimo gli danno il benvenuto ospitandolo. E' passato più di un mese dalla partenza da Livergnano. Mi rimangono solo pochi giorni per prendere il primo traghetto diretto in Sud Corea, e passare qualche giorno di svacco su una spiaggia assolata di Pusan, nell'attesa di imbarcare la moto per l'Italia e saltare su un volo verso casa.
Remo Bacchi