N. 5 - Anno XIV - Settembre/Ottobre 2009 Indice giornale

Cultura

QUANDO A PIANORO C'ERA IL CASTELLO

  Federico Marangoni

La primavera dell'anno del Signore 1377 forse non avrebbe avuto particolari motivi di figurare in evidenza tra quelle da ricordare per il paese di Pianoro, se non fosse accaduto un evento la cui memoria è mantenuta viva ancora oggi, per quanto all'insaputa dei più, nello stemma stesso del nostro Comune. Fu in quell'anno di più di 6 secoli fa, infatti, che venne distrutto il castello di Pianoro: solamente una casa e un pozzo rimasero in piedi della costruzione originaria ed è proprio in memoria di quell'evento che lo stemma comunale riporta l'immagine del pozzo. Il nostro paese era allora molto differente da quello che è oggi (ovviamente ci si riferisce qui a Pianoro Vecchia) ma allora come ai giorni nostri era uno dei punti di intenso passaggio di merci e persone sulla via per la Toscana. Per questo motivo quando qualcuno dei feudatari delle terre di collina si ribellava all'autorità della città, bloccando così i traffici verso Firenze, Bologna veniva colpita nel vivo dei propri commerci ed agiva risolutamente e con durezza. Nel caso di Pianoro, in realtà le cose furono un po' più complicate. Nel 1376, infatti, dopo la cacciata da Bologna del Cardinal Legato Guglielmo di Limousin, reggitore della città in nome del Papa, Taddeo Azzoguidi, membro di una delle famiglie nobili della città, aveva cercato di impadronirsi della città, forte dell'appoggio dei conti di Loiano, Vizzano e Panico. Il suo atteggiamento troppo conciliante nei confronti della famiglia Pepoli (odiata dalla cittadinanza perché nel 1347 Taddeo Pepoli, signore di Bologna, aveva venduto la città ai Visconti di Milano) gli alienò il favore popolare e i pubblici uffici. Insoddisfatto, l'Azzoguidi provò anche a organizzare una rivolta, ma venne scoperto e condannato al confino in Toscana. Lungo la via dell'esilio, però, sfruttando le alleanze che aveva stabilito con i nobili delle montagne, riuscì ad impossessarsi di alcuni castelli, primo tra i quali quello di Pianoro. La resistenza dei ribelli poté così durare fino ai primi mesi del 1377, quando un nutrito contingente militare bolognese costrinse l'Azzoguidi ed i suoi uomini a offrire la resa per aver salva la vita. La storia si conclude con la distruzione del castello ed il definitivo esilio dell'Azzoguidi, ma ad alcuni potrebbe rimanere ancora una curiosità: come vissero all'interno del castello pianorese i ribelli? Cosa mangiarono? Come combatterono? È proprio a questi aspetti minori che si è dedicata la Società dei Vai (associazione di rievocazione storica operante sul territorio regionale ma con solide basi a Pianoro) nell'ultima edizione di Volontassociate, la festa delle associazioni di volontariato svoltasi lo scorso 12 settembre. Visitando i banchi espositivi predisposti per l'occasione, si può per esempio scoprire che molti dei cibi che oggi sono assolutamente comuni sulle nostre tavole non erano diffusi alla fine del '300: pomodori, patate, mais sono i più celebri esempi di piante provenienti dalle Americhe. Ma sulla tavola dell'Azzoguidi nel salone del castello di Pianoro non sarebbero stati serviti neppure zucchini e peperoni (arrivati anch'essi dall'America), né melanzane o limoni (le prime coltivate dal XV secolo e a lungo ritenute causa di follia, i secondi importati in Europa solo nel '400 dai Genovesi). A conclusione del suo pasto, magari mentre il ribelle meditava un modo per riconquistare il potere a Bologna, sicuramente non avrebbe sorseggiato un caffè né tantomeno un tè (solo nel '600 giunti dall'Asia il primo per tramite dell'Impero Turco, il secondo grazie agli Olandesi). Allo stesso modo, i combattimenti presentati dagli armati dell'associazione hanno mostrato quale fosse l'equipaggiamento tipico degli uomini che si schierarono di fronte alle mura del castello e ricevettero la resa dei ribelli: elmi, spade, scudi, cotte di maglia, martelli da guerra, variamente assortiti a seconda della ricchezza del combattente e del suo grado di comando. Il tutto per ricordare per un giorno un passato che è il nostro e che, speriamo, sempre più persone impareranno a conoscere.


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