| N. 1 - Anno XV - Gennaio/Febbario 2010 | Indice giornale |
La Posta |
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LA CRISI ECONOMICA C'E' ANCHE A PIANORO |
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Abito da 20 anni a Pianoro, paese che per la sua estensione di 120.000 km quadrati con poco più di 17.000 abitanti è stato negli ultimi 30 anni teatro di trasformazioni che da una mia analisi (sicuramente di parte), ritengo conseguenti degli umori degli imprenditori. L'estensione del territorio e la dislocazione a macchia d'olio di varie frazioni ha consentito la nascita di vari siti industriali; parliamo di media industria e di artigianato. In una prima fase è stato l'artigianato a crescere fino a diventare industria. Si annoverano aziende che per la loro specificità sono tra le prime in Europa ad esempio per quanto riguarda le confezionatrici. In questa fase di crescita l'occupazione fissa, composta da manodopera specializzata e manovalanza e servizi, veniva reclutata quasi interamente dal territorio costituendo una crescita socio-economica importante per l'intera collettività. Ma ben presto successe qualcosa sfuggita all'osservazioni ed all'attenzione di molti: gli imprenditori ad un certo punto decisero che per far fronte ai pericoli di un sindacato troppo invadete, cresciuto come importanza a "dismisura" dicevano, non assunsero più. Si erano inventati quello che definisco "franchising produttivo". In poche parole scelti tra i loro dipendenti i più "fedeli" attraverso una serie di "manovre" gli fecero aprire officine alle quali commissionavano il lavoro. Il risultato fu duplice: garantirsi una produzione a costi molto più bassi della produzione interna e nei momenti di crisi non trovarsi a gestire una conflittualità dovuta ad eventuali esuberi; tanto le normative sui licenziamenti sono molto più elastiche nell'artigianato. Le conseguenze di queste scelte sono un'occupazione fluttuante e l'emigrazione di gran parte della professionalità locale verso siti industriali fuori dal territorio: Anzola, Castelmaggiore, Zola. Il lavoratore pianorese per la prima volta si trovò a competere con un mercato al ribasso del costo del lavoro. Mi ha raccontato un compagno del sindacato che c'era un capannone con sessanta operai e le fasi di lavorazioni erano divise in 5 s.r.l (5 società diverse dove il vero proprietario ovviamente era socio di maggioranza in tutte). Chiaramente ancora una volta le scelte dei dirigenti aziendali avevano trasformato il tessuto socio-economico del territorio, le nostre aspettative, le nostre abitudini, le nostre esigenze, il nostro modo di guardare "all'altro". Cominciarono le file interminabili ai servizi sociali dovute proprio al fluttuare dell'occupazione in particolare della manodopera non specializzata di cui gli imprenditori hanno fatto un uso sconsiderato. Oggi, con la crisi che stiamo pagando, cosa hanno deciso per noi, per i nostri figli, per il futuro della collettività? Basta girare e vedere gli scheletri di vecchie aziende trasformarsi. Trasformarsi in cosa? Esercizi commerciali, società di sevizi, soprattutto diventare zone edificabili. Hanno deciso che molto probabilmente tra qualche anno il territorio pianorese, non sarà più un appendice esterna di Bologna ma ne diventerà parte integrata. Conseguenze? Fino a 26 anni ho vissuto a Piscinola, un Comune confinante e per questo integrato in seguito nel Comune di Napoli. Stessa sorte è avvenuta per altri Comuni come Secondigliano, Marianella, Miano, tutti integrati nel Comune di Napoli. In seguito a tali accorpamenti si è deciso di costruire il rione 167 di Scampia in pratica situato in territori presi da questi Comuni limitrofi.
Carlo Battimelli